Papa Francesco a Palermo: arcivescovo Lorefice, lettera alla città. “Viene per chiamarci a ripartire con lo sguardo del Vangelo”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Una provvidenziale, felice e favorevole opportunità non solo per la Chiesa e i cristiani di Palermo ma anche per la nostra amata e martoriata Sicilia”. Così l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, nella lettera alla città e alla diocesi in cui presenta la visita di Papa Francesco, il prossimo 15 settembre. “Il Papa viene a sostenere la Chiesa di Palermo, viene nel cuore di questa meravigliosa città per chiamarla a ripartire con lo sguardo sempre acuto del Vangelo – sottolinea il presule –, con la parola della grazia di Dio per ogni uomo, con l’amore a noi donato, che dobbiamo offrire a ogni fratello, dal più vicino al più lontano”. Rivolgendosi ai “confratelli” vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, mons. Lorefice si chiede “che cosa viene a fare il Papa a Palermo”. “Il Papa viene a dirci che la nostra venerata e antica Chiesa palermitana, non esente dalla scristianizzazione e dalla secolarizzazione, è chiamata a riconoscere questo momento come una provvidenziale e propizia chiamata a un annuncio cristiano che si concentri ‘sull’essenziale, su ciò che è più bello, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario’”, afferma l’arcivescovo citando Evangelii gaudium.
Nelle parole dell’arcivescovo un’altra risposta: “Il Papa viene per entrare nello spirito e nella ‘carne’ della nostra terra e del nostro popolo, per aiutarci a essere Chiesa-casa tra le case, evangelizzatori prossimi e gioiosi, comunità cristiane capaci di riflettere la luce di Cristo”. E, infine, ancora una risposta. “Il Santo Padre viene a chiederci di essere una Chiesa ‘in uscita’ dalle proprie mura, una Chiesa che non annuncia una verità dall’alto delle proprie sicurezze, ma semplicemente il Vangelo di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio fattosi carne, nell’umile consapevolezza di poter essere credibile solo camminando sulla strada di tutti”. Una Chiesa che l’arcivescovo indica come “nunzia”, “prossima”, “povera”, che “beva fino in fondo il calice della vita ordinaria e del tempo feriale, dentro le tante emergenze sociali del nostro territorio, lì dove il volto umano è rigato dal dolore e sfigurato dal peccato, lì dove abitano i vinti e gli scartati della Terra, dove stanno le vittime delle ingiustizie umane e dei poteri carsici e mafiosi”.

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