Rom, sgomberi a Roma: mons. Lojudice (vescovo ausiliare), “azioni dimostrative non sono la soluzione. Le alternative ci sono”

“Pare che il Comune debba fare ogni tanto delle azioni di forza per dimostrare qualcosa”. Così mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma per il settore Sud, commenta in un’intervista al Sir lo sgombero delle famiglie rom del Camping River bloccato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, mentre ieri altre persone sono state mandate via dall’ex Fiera di Roma. A suo avviso “gli sgomberi non sono la soluzione: non va bene quella distruzione, quel modo di fare. La cosa strana è che lo sgombero del Camping River era già in programma da anni, con i vari ultimatum. Il Comune ha anche autodistrutto i container, non si capisce dove vogliono andare a parare. Pensano di spaventarli per farli andare via? Ma questa sarebbe una soluzione e una analisi sbagliata, che non funziona”. “È un vecchio problema a cui non si trova una soluzione intelligente – osserva mons. Lojudice -. È chiaro, aiutare queste persone ad uscire da un campo in cui vivono da tanti anni non è facile, posto che qualcuno affitti appartamenti a famiglie rom. Il Comune si lamenta di aver messo a disposizione dei soldi, però non trova chi affitta. Ma non è questo il passaggio giusto. Secondo me ci sono passaggi intermedi che non possono essere saltati”. Come diocesi di Roma, ad esempio, accompagniamo con volontari alcune famiglie rom che vivono in appartamento. “Sfatiamo il luogo comune che i rom vogliono vivere nei campi, al contrario vorrebbero scapparne. Il problema è serio e complesso”. Ma le alternative ci sono: “L’unico modo è integrare i rom in un meccanismo che preveda piccoli pezzi di terra di 1.000/1.500 metri quadrati per due o tre nuclei familiari, mettendo a disposizione o realizzando in autocostruzione dei moduli abitativi – suggerisce il vescovo -. Sono state fatte esperienze di questo tipo. È chiaro che non si improvvisano, ci vogliono mesi”. Mons. Lojudice ne ha parlato con la giunta attuale e con le precedenti, “chiedendo di fare una mappatura dei piccoli terreni”. “Anni fa – racconta – al Casilino 900, con architetti dell’università Roma 3, alcuni rom costruirono una casetta dedicata al beato Zefirino. Questo dimostra che se ci si mette a lavorare, con una spesa minima di 6-7.000 euro, si può costruire una casetta dove far vivere uno o due nuclei familiari. Se il meccanismo si allargasse e diventasse più organizzato e scientifico, sarebbe buono. Ma questi progetti sono stati sempre accantonati. A me sembra invece l’unico modo”.

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