Dismissione chiese: card. Ravasi, almeno “due criteri”. Al convegno di novembre verranno approvate linee guida specifiche

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

A Praga una chiesa alienata è stata trasformata in un night club. Un caso limite, ma il numero dei luoghi di culto dismessi, venduti e usati per altri scopi è destinato ad aumentare e il problema della loro destinazione e riutilizzo pone non poche sfide. Sostanzialmente due, secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, i criteri ai quali attenersi per la dismissione e il riutilizzo del patrimonio ecclesiastico. Li riassume a margine della conferenza stampa di presentazione, oggi presso il Dicastero vaticano, del convegno “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”, che il Pontificio Consiglio, la Cei e la Pontificia Università Gregoriana promuovono il 29 e 30 novembre nell’Ateneo dei gesuiti. Anzitutto, sintetizza il porporato, occorre “fare attenzione che il tempio rimanga sempre all’interno della comunità con qualche valore di simbolo spirituale, culturale, sociale”. Il secondo è che eventuali trasformazioni “consentano di tutelarne il patrimonio interno ad esempio trasferendolo nei musei diocesani in modo da lasciare lo spazio il più nudo possibile”. Attualmente dei criteri esistono, spiega, ma “sono troppo generici”. Per questo nel corso del convegno verranno discusse e approvate linee guida specifiche, condivise fin dalla fase preparatoria con i delegati delle Conferenze episcopali d’Europa, America settentrionale e Oceania presenti al convegno. “Un documento rilevante – chiosa Ravasi – per il comportamento delle Chiese, ovviamente nel dialogo con gli Stati”. Per il porporato, l’Europa “ha un grande patrimonio di chiese decisamente superiore alle sue attuali necessità” ma non è così ovunque. Di qui il monito a “non contrapporre la dismissione con la necessità di costruire nuove chiese nelle periferie delle megametropoli – ad esempio Città del Messico – perché le strutture urbanistiche sono cambiate, a volte sono enormi”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Mondo