Stati Uniti: vescovi, “non usare i bambini come deterrenti nelle politiche migratorie”

(da New York) “Separare in modo forzato i bambini dalle loro madri e dai loro padri è una politica contraria ai valori cattolici ed è inefficace nel garantire la sicurezza delle frontiere e nel frenare l’immigrazione” verso gli Usa. I vescovi americani scendono in campo condannando con fermezza la politica attuata dal Dipartimento per la sicurezza interna americana che, nella seduta dello scorso 23 maggio, ha ammesso di separare le famiglie che arrivano negli Stati Uniti attraverso il confine messicano, come deterrente all’immigrazione illegale. I testi della sottocommissione sono stati resi pubblici, anche a seguito di un’inchiesta del “New York Times” che in aprile aveva scoperto alcuni casi di genitori separati da figli che non avevano compiuto neppure un anno. “L’unità familiare è una pietra angolare del nostro sistema di immigrazione ed è un elemento fondante dell’insegnamento cattolico, dove i bambini sono una benedizione di Dio e non possono essere usati come deterrenti nelle politiche migratorie”, afferma a nome dei suoi confratelli vescovi, monsignor Joe S. Vásquez, presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale. Pur comprendendo la necessità di garantire la sicurezza dei confini e del Paese, monsignor Vasquez sottolinea la necessità di non “rompere il legame tra genitore e figlio per le conseguenze traumatiche irreparabili e scientificamente provate, che queste esperienze comportano”. I vescovi attraverso il loro portavoce esprimono forte preoccupazione per i Paesi del Triangolo (Guatemala, Honduras, El Salvador) dove la violenza, il reclutamento forzato in bande criminali, la povertà e la violenza privano le famiglie di ogni opportunità e le costringono alla fuga rischiando la vita. E la Conferenza episcopale Usa chiede che “questi fattori vengano affrontati con priorità e la legge che regola il sistema migratorio sia al più presto riformata”. Intanto anche l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato la pratica dell’amministrazione americana e ha denunciato la violazione dei diritti del fanciullo e del diritto internazionale in materia di protezione umanitaria. “Dall’ottobre scorso, diverse centinaia di ragazzi – tra cui un bambino di 12 mesi – sono stati separati dalle loro famiglie mentre i loro genitori stanno scontando pene detentive per essere entrati illegalmente negli Stati Uniti, o aspettano in stato di detenzione che le loro richieste di asilo vengano prese in considerazione”, ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ohchr (Alto commissariato per i diritti umani). La Shamdasani ha riferito che i bambini vengono trasferiti in strutture per rifugiati e affidati a un tutore temporaneo. Spesso, quando il procedimento si conclude con esito negativo, vengono rimpatriati con i genitori nei Paesi di provenienza dove ritornano a essere vittime di violenza. Immediata la reazione dell’ambasciatore statunitense presso l’Onu, Nikki Haley, che ha accusato le Nazioni Unite di “ipocrisia perché mentre richiamano gli Stati Uniti, ignorano altri riprovevoli documenti sulla violazione dei diritti umani di diversi Stati membri”. “Né le Nazioni Unite né alcun altro Paese potrà imporre agli Usa il modo con cui proteggere i propri confini”, ha concluso Haley. Va precisato che gli Stati Uniti sono l’unico Paese occidentale a non aver ratificato la Convenzione dei diritti dell’infanzia.

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