Nave Aquarius: Lopez (Mambré-Caritas Valencia), “45 giorni di permesso umanitario sono pochi, rischiano finire in strada”

Ana Lopez, Centro Mambré, Valencia

(da Valencia) – Uno dei servizi che verranno in aiuto dei migranti dell’Aquarius è il Centro Mambré, nel quartiere Torre Fiel di Valencia, una zona tranquilla e popolare. E’ un centro diurno e riceve ogni giorno 80/90 persone senza dimora, moltissimi sono stranieri, una cinquantina i volontari.  Hanno anche cinque case famiglia che ospitano ciascuna 6/7 persone, sole o famiglie intere.  E’ attivo da una trentina d’anni e ha laboratori di elettricità, carpenteria, giardinaggio, riparazioni di biciclette per costruire “abilità pre-lavorative”. All’ingresso c’è una grande cartina geografica del mondo dove si chiede agli ospiti migranti, come prima cosa, di tracciare la linea del loro viaggio difficile e avventuroso. A Valencia, terza città spagnola con circa 1 milione e 700mila abitanti, si stimano almeno un migliaio di persone che vivono in strada o in abitazioni precarie. “Sono quasi tutte persone sole, senza reti familiari e sociali, che entrano in un processo di esclusione sociale perché hanno diversi problemi  – spiega al Sir Ana Lopez, coordinatrice dell’area inclusione del Centro Mambré -. Costruiamo percorsi personalizzati per aiutarli a diventare autonomi e ad integrarsi nella nostra società. Cerchiamo di riprodurre qui il contesto lavorativo che troveranno e di aiutarli a costruire abilità relazionali, prima di tutto la conoscenza della lingua spagnola o ad avere accesso ai servizi sanitari”. C’è poi tutto un capitolo dedicato alle donne vittime di tratta, il progetto “Jere-Jere”, che ne accompagna al momento circa 120, in maggioranza nigeriane e romene. In questi giorni però l’attenzione organizzativa è centrata sui migranti dell’Aquarius: “Stiamo pensando di incrementare le risorse umane e materiali. Vogliamo aprire altre due case famiglia per ospitarli”. Le operatrici del centro non nascondono però le perplessità sulla tipologia di permesso umanitario deciso dal governo spagnolo, di soli 45 giorni. “Il periodo di accoglienza per i richiedenti asilo è già di soli 6 mesi ma per diventare autonome le persone hanno bisogno almeno di uno o due anni di tempo – sottolinea Lopez -. 45 giorni è troppo poco: c’è il rischio concreto che le persone, una volta finita l’accoglienza, finiscano a dormire in strada, nei parchi o vicino al fiume, in situazione di irregolarità. Qui l’estate è lunga e l’inverno arriva tardi. Ma i bisogni rimangono”.

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