Salute in carcere: don Grimaldi (cappellani), “attese, lentezze, scarsità di risorse. Emergenza fasce deboli società qui è moltiplicata”

Negli istituti di pena del nostro Paese è emergenza sanitaria. A delinearne lo scenario in un’intervista al Sir è don Raffaele Grimaldi, per 23 anni cappellano nel carcere di Secondigliano (Napoli) e da un paio d’anni ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, auspicando maggiore attenzione da parte della politica e la ripresa dell’iter della riforma dell’ordinamento penitenziario. “L’emergenza sanitaria nel nostro Paese riguarda tutte le fasce deboli della società – spiega -, ma negli istituti di pena è ulteriormente acuita perché la popolazione carceraria è estremamente vulnerabile. I detenuti sono realmente gli ultimi degli ultimi” e “i direttori dei penitenziari conoscono bene le grosse difficoltà per far venire uno specialista, per sottoporre i reclusi a visite, esami diagnostici e specialistici esterni, ricoveri e/o interventi chirurgici. Le procedure per autorizzazioni e permessi da parte dei magistrati e dei tribunali rallentano molto gli interventi sanitari e il problema si aggrava ulteriormente in presenza di detenuti in regime di alta sicurezza (41 bis). I tempi talvolta si allungano anche per mancanza di mezzi o personale per la scorta, pure in caso di interventi di emergenza”. Dei 198 istituti di pena (circa 58 mila detenuti) solo una quindicina dispone di un centro clinico-diagnostico, ma alcuni di questi non funzionano per mancanza di personale e/o di attrezzature.

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