Papa Francesco: alla diocesi di Roma, adottare “paradigma” e “linguaggio” dell’Esodo. Chiedersi “quali siano le schiavitù e chi sia oggi il Faraone”. Ci vuole “tempo” e “conversione”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Anche noi possiamo nuovamente lasciarci illuminare dal paradigma dell’Esodo, che racconta proprio come il Signore si sia scelto ed educato un popolo al quale unirsi, per farne lo strumento della sua presenza nel mondo”. È l’invito del Papa, che nel suo discorso alla diocesi di Roma ha adottato come chiave di lettura “quanto vissuto dal popolo dell’antica alleanza, che per primo si lasciò guidare da Dio a diventare il suo popolo”. “In quanto paradigma per noi, l’esperienza di Israele necessita di una coniugazione per diventare linguaggio, cioè per essere comprensibile e per trasmettere e far vivere qualcosa a noi anche oggi”, ha spiegato Francesco, secondo il quale “la Parola di Dio, l’opera del Signore, cerca qualcuno con cui coniugarsi, unirsi: la nostra vita. Con questa gente che siamo noi oggi, egli agirà con la stessa potenza con la quale agì liberando il suo popolo e donandogli una nuova terra”. “La storia dell’Esodo parla di una schiavitù, di un’uscita, di un passaggio, di un’alleanza, di una tentazione e di un ingresso”, ha ricordato il Papa: “Iniziando questa nuova tappa di un cammino ecclesiale che a Roma non inizia certo adesso ma piuttosto dura da duemila anni, è stato importante chiederci – come abbiamo fatto in questi mesi – quali siano le schiavitù che hanno finito col renderci sterili, così come il Faraone voleva Israele senza figli che a loro volta generassero”. “Dovremmo forse individuare anche chi sia oggi il Faraone”, la proposta di Francesco: “Questo potere che si pretende divino e assoluto, e che vuole impedire al popolo di adorare il Signore, di appartenergli, rendendolo invece schiavo di altri poteri e di altre preoccupazioni”. “Sarà necessario dedicare del tempo perché, riconosciute umilmente le nostre debolezze e avendole condivise con gli altri, possiamo sentire e fare esperienza di questo fatto: c’è un dono di misericordia e di pienezza di vita per noi e per tutti quelli che abitano a Roma”. Ne è convinto il Papa, secondo il quale “questo dono è la volontà buona del Padre per noi: noi singoli e noi popolo. È la sua presa di iniziativa, il suo precederci nell’attestarci che in Cristo Egli ci ha amato e ci ama, che ha a cuore la nostra vita e noi non siamo creature abbandonate al loro destino e alle loro schiavitù. Che tutto è per la nostra conversione e per il nostro bene”.

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