Humanae Vitae: mons. Sequeri (Pont. Ist. Giovanni Paolo II), di fronte a “depressione generativa” posta in gioco sono “nuovo umanesimo” e “alleanza uomo-donna”

Cardine dell’enciclica Humanae Vitae, di cui ricorrono i 50 anni dalla pubblicazione, “non è più semplicemente una questione di etica individuale. È un tema di cultura antropologica dell’ordine degli affetti. E di volontà collettiva di sottrarli alla deriva del narcisismo” e del “materialismo tecnocratico”. Ne è convinto mons. Pierangelo Sequeri, teologo, preside del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia, che ha aperto a Milano la seconda giornata del convegno su Papa Paolo VI. Il “lato sapienziale” dell’enciclica, ha spiegato, “ha il suo cardine nel nesso del concetto di responsabilità parentale” nominata prevalentemente come “paternità responsabile”. Per il teologo, “la disaffezione per la generazione, fondamentalmente percepita come un ingombro da contenere il più possibile” ha già “i suoi macroscopici riflessi negativi sul modo con il quale tutti i possibili rapporti uomo/donna vengono attratti dentro il cerchio fatale dell’amore romantico senza mondo e senza storia, senza generazione e senza comunità”. E la “depressione generativa” di molte società occidentali “ne è la conseguenza”. Allora “la posta in gioco non è semplicemente il matrimonio e la famiglia” bensì “l’intero l’umanesimo del pensiero e del diritto, dell’arte e della comunità, della politica e dello spirito, che chiede di essere restituito alla responsabilità generativa dell’amore”. E alla più ampia alleanza “che impegna l’uomo e la donna a prendere nelle loro mani il mondo e la storia”. In questo senso, ha concluso Sequeri, “esiste oggi un campo vasto di attività per la Chiesa”.

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