Francia: i vescovi a Macron, “la grandezza di una società si misura dalla capacità di prendersi cura dei più deboli”

“Colgo questa occasione per lanciare un appello: vincere le paure che abitano la nostra società e impegnarsi con determinazione e fiducia per una migliore conoscenza gli uni degli altri e una maggiore apertura agli altri. Cominciamo dai più fragili, dai più poveri, dalle persone vulnerabili perché è a patire da loro che possiamo ricostruire la fiducia di una nazione”. Questo il cuore del discorso tenuto dal presidente dei vescovi francesi, monsignor Georges Pontier, al presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ospite della Chiesa cattolica di Francia questa sera al Collège des Bernardins. Facendo subito riferimento alle tre testimonianze che hanno aperto la serata, mons. Pontier ha detto: “Abbiamo voluto che fossero tra noi presenti anche i nostri amici segnati da storie difficili e dolorose. La loro storia è segnata dalla vulnerabilità e dalla debolezza. Per alcuni la loro vita è inutile. Ci sembra invece che guardare in faccia la fragilità dell’essere umano, è riconoscere che la grandezza di una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura delle sue parti più deboli”.
Su questo concetto è quindi ruotato tutto il discorso di monsignor Pontier che ha anche affrontato la questione bioetica, al centro degli Stati generali in corso in Francia. È “un’occasione – ha detto – per sperimentare il dialogo in una società divenuta sempre più plurale” e per riflettere insieme “sul mondo che vogliamo per domani”. Pontier ha parlato di famiglia, di eutanasia. Ma anche di migrazioni, antisemitismo e islamofobia. E rivolgendosi a Macron ha detto: “Il nostro scopo non è quello di soddisfare interessi particolari. La nostra preoccupazione è per i più svantaggiati, per coloro che non hanno prospettive per il futuro. So bene che queste preoccupazioni sono condivise anche dai responsabili dello Stato, dagli uomini e dalle donne impegnati nel mondo politico, economico, associativo e religioso. Il grido di chi non ha lavoro e un alloggio degno, ci scuote. Così come le lacrime di giovani senza progetto e senza futuro, tentati alcuni da scelte di violenze, altri da traffici illusori e senza avvenire o ancora dal commercio e dal consumo di droghe che finiscono per distruggerli. La nostra responsabilità è grande. Si tratta di una causa nazionale che necessita della responsabilità di tutti. Dobbiamo osare e riconoscere la parola ‘uguaglianza’ della nostra bandiera repubblicana. Perché le disuguaglianze in educazione, istruzione, stipendio, accesso al lavoro, ai servizi pubblici aumentano anziché diminuire. Ed è a partire dai bisogni dei più poveri che si può costruire una nazione fraterna, giusta e solidale”.

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