Alfie Evans: mons. Trafny (Santa Sede) al Sir, “non spegnere la speranza dei genitori. Il valore della vita umana va ben oltre le norme dello Stato”

“Ci troviamo di fronte ad una situazione particolarmente delicata che deve essere gestita con grande sensibilità, ma guardiamo con preoccupazione le situazioni in cui si verificano delle prevaricazioni da parte di persone che si arrogano il potere di decidere sulla vita altrui non sulla base della competenza medica o della sensibilità umana ma sulla base di qualche normativa ‘secca’, lontana dalla sensibilità e dall’empatia che la cultura contemporanea promuove con grande sforzo”. Lo dice al Sir monsignor Tomasz Trafny, responsabile del Dipartimento scienza e fede del Pontificio Consiglio della cultura e segretario generale della Stoq Foundation, commentando il respingimento da parte della Corte d’appello di Londra del ricorso dei genitori del piccolo Alfie Evans. A margine della quarta conferenza internazionale “Unite to Cure. A Global Health Care Initiative: How Science, Technology and 21st Century Medicine Will Impact Culture and Society”, che si è aperta oggi in Vaticano per iniziativa del suddetto Dicastero e di Cura Foundation, Trafny afferma: “Bisogna anzitutto incoraggiare gli stessi giudici ad andare oltre le mere norme legislative e a ricercare la componente umana per favorire la possibilità di assistere una persona nel miglior modo possibile. Bisogna essere molto attenti a non spegnere la speranza dei genitori che vedono soffrire una creatura innocente e hanno trovato altrove la disponibilità di tentare qualche tipo di approccio e assistenza che potrebbe essere importante”. Non tutto, avverte Trafny, “si esaurisce nell’orizzonte normativo; c’è una componente umana che occorre valorizzare: un gesto di empatia vale più di tutte le norme stabilite o imposte dallo Stato. Occorre cercare strade alternative per dare un po’ di sollievo a chi soffre e un po’ di speranza a chi lo assiste”. Trafny invita a “fare leva sul principio dell’empatia insieme al principio della centralità della persona che soffre, da assistere nel modo migliore e in un’atmosfera più dignitosa e calorosa”. “La vita – conclude – è molto più complessa di come a volte la immaginiamo o l’hanno immaginata i legislatori. Bisogna tenere conto di questa complessità”.

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