Otto marzo: leader di Unicef e Unhcr in Libano tra donne e bambine rifugiate siriane

In Libano, oltre la metà della popolazione siriana rifugiata registrata è composta da donne e ragazze e circa il 40% delle famiglie rifugiate nel Paese sono guidate da donne. Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati, ed Henrietta H. Fore, direttore generale dell’Unicef, hanno chiesto un’azione più incisiva per la protezione e l’empowerment delle donne rifugiate. Durante una missione congiunta in Libano, mentre il mondo celebra la Giornata internazionale della donna e il conflitto in Siria si avvicina al suo settimo anniversario, il direttore dell’Unicef e l’Alto Commissario hanno sentito testimonianze dirette di alcune donne e ragazze costrette a scappare dalla guerra e cercare salvezza nel vicino Libano. Le donne, che attualmente vivono in accampamenti per rifugiati con tende a Baalbek, nella valle della Bekaa, a circa 30 chilometri dal confine siriano, fanno parte di un gruppo formato sulle tematiche della protezione dei bambini e della violenza di genere e sessuale e che lavora attualmente con altri rifugiati per aiutare a sensibilizzare e fare la differenza nelle loro comunità.
“Le donne e le ragazze rappresentano sia la tragedia della Siria, sia la speranza per il suo futuro”, ha dichiarato Grandi. “Il conflitto sanguinoso in Siria sta per entrare ancora in un altro anno di guerra e continua a lasciare i bambini senza casa, istruzione e traumatizzati – ha affermato Fore -. Le giovani ragazze, in particolare, hanno visto le loro speranze in un futuro migliore distruggersi, mentre un numero sempre maggiore di loro è costretto a lavorare o a sposarsi invece di andare a scuola. Solo in Libano, il 40% delle donne siriane fra i 20 e i 24 anni si sono sposate prima di compiere 18 anni, diventando mogli e madri quando erano ancora delle bambine”.
Come leader di due agenzie umanitarie con una forte presenza sul campo, Grandi e Fore hanno espresso il loro “sdegno verso i terribili livelli di sofferenza dei civili in Siria” e hanno fatto appello per “una soluzione politica che ponga fine all’eccidio e permetta accesso duraturo agli operatori umanitari per affrontare l’enorme portata di sofferenze e bisogni delle persone sul campo”.

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