Informatica: per la prima volta un “hackathon” in Vaticano. Mons. Ruiz: “Il Papa conosce bene questo progetto”

Per la prima volta, un hackathon in Vaticano. Si chiama “VHacks” – dove “V” sta per “Vatican” – e si svolge in questi giorni a Roma. A presentarlo oggi – giorno d’esordio dell’evento – nella Sala Marconi della Radio Vaticana, sono stati – tra gli altri – mons. Lucio Ruiz, della Segreteria vaticana per la comunicazione, e padre Eric Salobir, del think thank “Optic” (Order of Preachers for Technology, Information and Communication), di cui lo stesso domenicano è fondatore. L’iniziativa si avvale, inoltre, della collaborazione con il Pontificio Consiglio della cultura e con la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Un hackathon (termine che nasce dalla crasi di “hack” e “marathon”) è un raduno al quale prendono parte, a vario titolo, esperti di diversi settori dell’informatica: sviluppatori di software, programmatori, grafici, project manager, che si riuniscono per incontri della durata che varia da un giorno ad una settimana e che possono avere finalità lavorative, didattiche, sociali. Inclusione sociale, dialogo tra le religioni, migranti e rifugiati: sono questi gli ambiti su cui si confronteranno, fino all’11 marzo, esponenti di diversi fedi ed etnie, che gareggeranno per identificare possibili soluzioni a sfide globali – come l’emergenza migranti – partendo proprio dall’utilizzo della tecnologia. “Il Papa conosce bene questo progetto e ci ha incoraggiato a realizzarlo”, ha detto mons. Ruiz spiegando ai giornalisti che è stato lo stesso Francesco a concedere l’imprimatur affinché l’iniziativa si chiamasse “Vatican Hacks”. Quattro, ha spiegato l’esponente della Spc, i motivi che hanno spinto ad organizzare l’iniziativa in Vaticano: “Le sfide che porta avanti l’hackathon comprendono gli argomenti che stanno più a cuore al Santo Padre – i migranti e i rifugiati, il dialogo interreligioso, l’inclusione sociale – e dunque supportano queste idee; la Chiesa ha sempre camminato con la cultura, e la relazione tra scienza e fede è stata sempre molto profonda; essendo il Vaticano un’istituzione di dimensioni internazionali, era il luogo più adatto per presentare la bellezza e la potenza del lavorare insieme tra intelletto e fede, amore e tecnica, accogliendo la sfida di mettere la scienza e la tecnologia a servizio di chi ha bisogno; creare un modello per invitare altre realtà a rispettare la relazione intensa che esiste tra il mondo dell’università, i giovani, i tecnici, gli scienziati”.

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