Dipendenze: card. Bassetti, “la droga uccide anche l’anima, ma è possibile risorgere”

“La droga è qualcosa di terribile venuta fuori nella modernità. Le civiltà che ci hanno preceduto non sono passate da queste esperienze devastanti. La droga uccide il fisico e l’anima, distrugge interiormente. Dopo la morte è possibile la resurrezione. Le vostre sono testimonianze pasquali”. Lo ha detto stasera il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, card. Gualtiero Bassetti, dopo aver ascoltato, nella sede di Roma, le testimonianze di persone tossicodipendenti accolte e seguite dal Centro italiano di solidarietà (Ceis). “Tante persone sono state rese degli scarti dalle ingiustizie. Prego perché Dio moltiplichi i buoni samaritani che sanno chinarsi sugli altri”, ha aggiunto il porporato. A prendere la parola, tra gli altri, Giorgio, 36 anni, che si dice adesso “una persona felice”, dopo essere stato accolto in comunità dieci mesi fa “per curare la tossicodipendenza da cocaina”. “Sono motivato a raggiungere la guarigione – ha affermato -. Nello scorso programma ho abbandonato dopo 14 mesi, ma a casa ho trovato una situazione dura. Mia sorella ha cominciato a drogarsi con la cocaina, ha rischiato di morire. Così ho deciso di aiutarla. L’ho denunciata perché fosse portata in comunità. Ma sono ricaduto per i sensi di colpa di averla fatta separare da sua figlia. Tornando in comunità, sono riuscito a lavorare su di me. Oggi mia sorella è tornata a fare la madre e a breve anche io tornerò a casa con una nuova vita”. Una lunga sofferenza quella di Massimiliano, 49 anni: “Ho cominciato a fare uso di sostanze stupefacenti a 15 anni. Non ero consapevole di quello a cui andavo incontro – ha raccontato -. Avevo timore di essere giudicato e allontanato dalla comitiva che frequentavo. Ma ho creato dispiacere alla mia famiglia e fatto male a me stesso”. La decisione di venire fuori dalla dipendenza, “dopo una serie di vicende giudiziarie”. “A settembre 2016 ho intrapreso un percorso serio di recupero. Dal febbraio 2017 sono stato accolto al Ceis di Città della Pieve. All’inizio non riuscivo a fidarmi di nessuno. Ma poi mi sono aperto e mi sono messo in discussione, lavorando sui miei limiti. Grazie al sostegno degli operatori sono riuscito a rialzarmi e a lavorare su aspetti emotivi e relazionali”.

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