Elezioni in Colombia: vittoria della destra scettica sull’accordo di pace, dentro una grande frammentazione. Il 27 maggio le presidenziali

Una grande frammentazione politica, nella quale a prevalere, seppure senza una chiara maggioranza, sono le forze conservatrici. Questi i risultati delle elezioni legislative che si sono svolte ieri in Colombia, le prime dopo la firma dell’accordo di pace con le Farc. Proprio l’applicazione dell’accordo, che procede lentamente, rischia di subire ulteriori battute d’arresto di fronte a un risultato elettorale che premia le forze contrarie o quanto meno tiepide rispetto al cammino di pace.
Al Senato l’Unico partito a superare il 15% è il Centro democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, che ottiene il 16,41% dei voti; assieme al 14% circa del Cambio Radical dell’ex vicepresidente dell’attuale presidente Santos, Germán Vargas Lleras (tiepido, ma non contrario agli accordi di pace), e al 12% circa dei conservatori, si viene a creare una “quasi maggioranza” di 50 senatori su 102. La coalizione di destra controlla invece metà della Camera, con 83 seggi su 166. Attorno al 12% anche il risultato del Partito liberale e del Partito della U, dell’attuale presidente Santos. Non superano invece il 10% l’Alleanza Verde e le altre liste di sinistra. Come ci si attendeva, è praticamente nullo, in termini numerici (52mila voti in tutto il Paese), il risultato delle Farc, che si presentavano come partito politico e che potranno comunque contare su dieci seggi parlamentari pattuiti nell’accordo di pace, a prescindere dai risultati elettorali.
Lo sguardo è ora rivolto alle Presidenziali del prossimo 27 maggio. Ieri si sono tenute anche le primarie della destra e della sinistra. Nelle prime ha prevalso nettamente il candidato uribista Iván Duque, nelle seconde l’ex sindaco di Bogotá Gustavo Petro. Si confronteranno con Germán Vargas Lleras, con il liberale Humberto de La Calle, negoziatore dell’accordo con le Farc, e con il verde Sergio Fajardo, ex governatore dell’Antioquia. Una gara molto incerta che si risolverà quasi certamente in giugno, con il ballottaggio.
Alta, come sempre, l’astensione (ha voltato meno della metà degli aventi diritto), anche se la partecipazione è salita di un paio di punti rispetto a cinque anni fa.

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