Rom: Comunità Sant’Egidio, bene sentenza Tribunale Milano. Urgente attuare strategia nazionale di inclusione

“Il fatto non costituisce reato”, poiché la situazione di emergenza sociale e abitativa “ha giustificato la compromissione del diritto pubblico su un’area che, di fatto, era da molti anni abbandonata. La valutazione comparativa tra il diritto del Comune a utilizzare l’area di interesse pubblico e i diritti primari degli imputati è certamente a favore di questi ultimi”. Lo dice il Tribunale di Milano assolvendo sette rom romeni per l’occupazione della piccola baraccopoli di via Cima a Milano, seguita dalla Comunità di Sant’Egidio. La sentenza è del 5 dicembre scorso, ma le motivazioni sono state diffuse nei giorni scorsi. In occasione dello sgombero del 15 marzo 2015, agli occupanti era stato contestato il reato di “invasione di terreni ed edifici” (art. 633 Codice penale), compiuto “insediandosi all’interno di baracche fatiscenti utilizzate come dimora abituale”. Il Tribunale di Milano ha invece così motivato il riconoscimento dello “stato di necessità”. Maura Sianesi, l’avvocato della Comunità di Sant’Egidio che ha difeso i sette rom durante il processo, ha ricordato come le baracche fossero state costruite dagli imputati per riparare le otto famiglie con bambini, in assenza di effettive alternative possibili e senza causare danni a nessuno. Tra gli imputati, un disabile certificato con invalidità al 100%. Oggi, grazie a Sant’Egidio, tutte le otto famiglie vivono in casa, continuano la scolarizzazione dei figli e in ciascuna almeno un componente lavora: “La sentenza – afferma la Comunità di Sant’Egidio – è l’occasione per ribadire due urgenze: attuare la strategia nazionale di inclusione per rom, sinti e caminanti, approvata nel 2012 e di fatto sostanzialmente inapplicata, e garantire i diritti dei baraccati e dei poveri, con particolare attenzione a quelli dei minori”.

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