Cristiani perseguitati: le testimonianze da Aleppo e Mosul

“La guerra ad Aleppo è finita ma sono in corso battaglie in altre città della Siria, come la capitale, Damasco, bombardata da tanti missili. Quindi, continuano a essere decimante le vite di tanti civili e di tanti bimbi”. Lo ha detto, questa sera, padre Firas Lufti, in collegamento dalla cattedrale di Aleppo con il Colosseo per l’iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, che lo ha illuminato di rosso “per non dimenticare i martiri della persecuzione anticristiana nel mondo”. Contemporaneamente, sono stati allo stesso modo illuminati di rosso altri due monumenti: la cattedrale maronita di Sant’Elia ad Aleppo, in Siria, e la chiesa di San Paolo a Mosul, in Iraq. “La società è preoccupata di rimettere in piedi non solo le pietre della nostra chiesa, ma anche i bambini che sono rimasti orfani di papà e mamma – ha raccontato -. Aleppo è una città che sta rinascendo malgrado tutte le fatiche di un cammino difficilissimo. Noi contiamo sulla speranza, che non è mai venuta meno in questi anni, e sulla preghiera dei bambini. Con questa iniziativa, la Chiesa è riunita come un corpo unico. Ci dà la forza di rimetterci in cammino in questa città martire”. L’arcivescovo maronita di Aleppo, mons. Joseph Tobji, ha aggiunto che “vogliamo dire a tutto il mondo che noi insistiamo per vincere il male con il bene, l’odio con l’amore”. L’altra testimonianza è giunta dalla cattedrale di Mosul, dov’era in collegamento padre Jalal Yako. “Ci sono anche musulmani qui con noi per testimoniarci la loro vicinanza – ha detto -. Quasi il 50% delle persone è tornato nella Piana di Ninive. È ricominciata la loro vita nonostante le difficoltà che trovano”. Quindi il ringraziamento alla Chiesa che, “da tante parti del mondo, Europa e America, ci è stata vicina”. “Siamo indebito con voi ma questa è la Chiesa, una sola”. “Abbiamo illuminato di rosso la cattedrale di San Paolo. È un’esperienza forte per tutte le nostre chiese che, a Mosul, sono un mosaico – ha concluso -, tanto vicine nella prova ma anche nel momento di riprendere la vita nei villaggi”.

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