Esercizi spirituali Curia Romana: settima meditazione, imparare a bere dalla propria sete

“Il grande ostacolo alla vita di Dio dentro di noi non è la fragilità o la debolezza, ma la durezza e la rigidità. Non è la vulnerabilità e l’umiliazione, ma il suo contrario: l’orgoglio, l’autosufficienza, l’autogiustificazione, l’isolamento, la violenza, il delirio di potere. La forza di cui abbiamo davvero bisogno, la grazia di cui necessitiamo, non è nostra, ma di Cristo”. Lo ha detto don José Tolentino Mendonça, vicedirettore dell’Università Cattolica di Lisbona, nella settima meditazione degli esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana, che si tengono questa settimana ad Ariccia. “L’umanità che noi fatichiamo ad abbracciare, la nostra stessa e quella degli altri – ha esordito il sacerdote e poeta portoghese, secondo quanto riferisce Vatican News – è l’umanità che Gesù abbraccia veramente, poiché egli si china con amore sulla nostra realtà, non sulla idealizzazione di noi stessi che ci andiamo costruendo. Il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, insomma, comporta per noi una visione non ideologica della vita”. La Chiesa, quindi, non deve isolarsi in una torre d’avorio, non deve riprodurre pratiche e comportamenti, diventando custode del sacro ma essere anche discepola, in qualche modo è un’esperienza di nomadismo. Bisogna, poi, vivere la spiritualità come un’avventura comunitaria, come metteva in evidenza Gustavo Gutiérrez nel libro “Bere dal proprio pozzo. L’itinerario spirituale di un popolo”. La sete, in certo senso, ci umanizza e costituisce una via di “maturazione spirituale”. “Se ci disponiamo all’ascolto, la sete può essere un maestro prezioso della vita interiore”, ha affermato il predicatore portoghese, soffermandosi poi sull’episodio delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. “È un rischio enorme – ha ammonito – quando la tentazione del potere, su scala più o meno grande, ci allontana dal mistero della Croce, quando ci allontana dal servizio dei fratelli. Gesù insegna, invece, a non lasciarsi schiavizzare da nessuno e a non rendere nessuno schiavo ma a rendere culto solo a Dio e a servire: noi – ha concluso – non siamo padroni, siamo pastori”.

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