Esercizi spirituali curia romana: terza meditazione, “ Parlare della sete di Dio è parlare dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi”

La sete di Dio e la capacità di riconoscerla sono al centro della seconda meditazione di oggi di don Josè Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spirituali per il Papa e la curia romana in corso ad Ariccia. Il teologo e poeta portoghese, come riporta “VaticanNews”, ha indicato, sotto il titolo “mi sono accorto di essere assetato”, quella che deve essere la predisposizione d’animo e gli strumenti necessari per “interpretare il desiderio di Dio che è in noi”. Così il predicatore ha spiegato che “entrare in contatto con la propria sete non è un’operazione facile, ma se non lo facciamo la vita spirituale perde aderenza alla nostra realtà”. Il primo passo da compiere è dunque quello di “perdere la paura di riconoscere la nostra sete e la nostra secchezza”. Quindi, l’esortazione a “non intellettualizzare troppo la fede”. Poi, al centro della riflessione “la sete di Dio”. “Parlare della sete è parlare dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi alla quale troppe volte ci adattiamo, è illuminare un’esperienza, più che un concetto. Serve quindi scuotere il torpore quotidiano perché può avvenire che abbiamo la più grande difficoltà perfino ad ammettere di essere assetati”. Ma “uno dei requisiti per ricevere l’acqua della vita è riconoscersi assetati”. Il passo successivo, dopo avere preso coscienza della propria sete, è quello di “interpretare questo bisogno che è in noi”. Don Josè Tolentino de Mendonça ha evidenziato che “in questa fase si deve distinguere il desiderio da una mera necessità, che si placa e si soddisfa con il possesso di un oggetto”. Secondo il predicatore, “questo anelito è mortificato nelle società capitalistiche, che sfruttano avidamente le compulsioni di soddisfazione di necessità indotte, rimuovendo la sete e il desiderio tipicamente umani”. In pratica, sottolinea don Tolentino, “il discorso capitalistico promette di liberare il desiderio dalle inibizioni della legge e dalla morale in nome di una soddisfazione illimitata”. E quando questo si verifica “il piacere, la passione, la gioia si esauriscono in un consumismo sfrenato, tanto di oggetti come di persone”. Si arriva così “all’estinzione della sete, all’agonia del desiderio. La vita perde il suo orizzonte”. Da qui l’invito di don Tolentino a “valorizzare la spiritualità della sete, più che le strutture”: “Abbiamo forse bisogno di ritrovare il desiderio, la sua itineranza e apertura, più che non le codificazioni in cui tutto è giù previsto, stabilito, garantito. L’esperienza del desiderio non è un titolo di proprietà o una forma di possesso: è anzi una condizione di mendicità. Il credente è un mendicante di misericordia”.

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