Chiese dismesse: né pub né discoteche, ma asset per un progetto pastorale integrato. Cinque esperienze virtuose

Il museo diocesano di Padova, “dimora della collettività, luogo di incontro e di ascolto”; la chiesa di  san Rocco a Trapani, restituita dopo 150 anni al culto e oggi cuore di un oratorio che fa cultura e rigenera il tessuto urbano; il progetto “Catalonia sacra” nell’omonima regione spagnola per salvaguardare il patrimonio culturale della Chiesa catalana promuovendo formazione dei seminaristi e dialogo con tutta la società; chiese tedesche cadute in disuso e riutilizzate per usi culturali o anche per il dialogo interreligioso o con non credenti, un progetto di formazione della comunità cristiana alla conoscenza, tutela e salvaguardia del patrimonio culturale religioso realizzato dalla Conferenza episcopale del Portogallo. Sono cinque esperienze “virtuose” presentate al convegno internazionale Dio non abita più qui? Dismissione dei luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”, promosso il 29 e 30 novembre da Pontificio Consiglio della culturaConferenza episcopale italiana, Pontificia Università Gregoriana.  Esperienze diversificate ma con una matrice comune: dimostrare che se la dismissione di chiese (e il loro riuso non sempre “compatibile”) è in molti Paesi occidentali un fenomeno in crescita, la gestione integrata di questi beni può valorizzarli come “asset” per la pastorale. E intanto è attesa nelle prossime settimane la pubblicazione, da parte del Pontificio Consiglio della cultura, delle linee guida “La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese” – cinque capitoli e raccomandazioni finali – approvate a conclusione del convegno dai delegati nazionali delle Conferenze episcopali.

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