Educazione: Openpolis-Con i bambini, “l’Italia spende solo il 3,9% del Pil, meno della media europea”

“L’Italia spende in educazione il 3,9% del Pil. Il dato italiano è inferiore alla media Ue (che è pari al 4,7% del Pil). Ed è anche al di sotto di quello dei maggiori Paesi europei, in particolare Francia (5,4%) e Regno Unito (4,7%)”. Lo denuncia oggi “L’Italia spende meno della media europea in educazione”, l’ultimo dossier dell’Osservatorio sulla povertà realizzato da Con i bambini e Fondazione Openpolis. “Già prima della crisi – si legge – il nostro Paese si trovava nella seconda metà della classifica europea per percentuale di spesa in istruzione rispetto al Pil. Dal 2011 si colloca stabilmente negli ultimi posti. Nel 2016 (ultimo anno disponibile con i dati Eurostat) risultava quintultima tra i 28 Paesi dell’Unione europea”.
Nel dossier viene spiegato che “in termini assoluti, la contrazione del capitolo di spesa dedicato all’istruzione in Italia è coincisa con i primi anni della crisi, tra 2009 e 2012”. “In questo periodo la spesa in educazione (intesa in senso complessivo, dalle scuole per l’infanzia alle università) è calata da 72 miliardi annui a 65,4”. La cifra si è grosso modo stabilizzata negli anni successivi, e nel 2016 la spesa totale in educazione è stata pari a 65,6 miliardi. “Se si considera la spesa rispetto al numero di studenti (calcolata da Ocse), dopo il 2012 si è registrato un incremento. Ma esso è stato inferiore rispetto a quello di altri grandi paesi europei, come Francia e Germania”.
A parte la Germania, tutti i maggiori Paesi europei durante la crisi hanno ridotto la percentuale di bilancio pubblico destinata all’istruzione: il Regno Unito è passato da oltre il 13% a circa l’11%, l’Italia – che già spendeva meno del 10% delle risorse in istruzione, a partire dal 2012 si è attestata attorno soglia dell’8% (dal 2014 il 7,9%). Un dato molto più basso della media e del livello degli altri partner europei. L’Italia, quindi, è “un paese che spende meno degli altri maggiori partner europei nell’istruzione. Una scelta che – conclude il dossier – rischia di essere miope. Nell’immediato, per le opportunità offerte ai più giovani. Sul lungo termine, per gli stessi presupposti di crescita del Paese”.

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