Comunità Papa Giovanni XXIII: Veneto, “le case famiglia un fronte aperto di risposta alle richieste che giungono dai territori”

Le case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII “sono fronte aperto di risposta alle richieste che giungono dai territori” e, al tempo stesso, “s’inseriscono in un sistema di risposta più ampio che ne supporta le possibilità operative: le singole case famiglia, da questo punto di vista, sono legate alla più ampia struttura organizzativa propria all’Associazione, che cura l’avvicinamento, la socializzazione, la condivisione e la risposta alle difficoltà dei membri a diverso titolo coinvolti nell’esperienza stessa di aiuto delle case famiglia”. Lo rivela un’indagine empirica dell’Università Iusve, svolta in Veneto nel periodo agosto-ottobre 2018 e presentata oggi a Padova. Anche in questo, sottolinea l’indagine, “si cela un’intuizione originaria che rispecchia il debito profondo dell’Associazione alla propria matrice simbolica di riferimento: se la famiglia non può che svilupparsi in più ampie traiettorie comunitarie per non ‘consumarsi’ nella quotidianità, l’esperienza delle case famiglia deve allora trovare un forte radicamento all’interno della più ampia Associazione”. Per questo insieme di ragioni “è difficile improvvisare: coloro che faranno esperienza nelle case famiglia vengono preparati, accolti e costantemente supervisionati dai referenti della più ampia struttura organizzativa”. In tal senso, l’articolazione territoriale dell’Associazione e quella dei responsabili delle diverse “zone” d’intervento hanno “un tratto di supporto e di vicinanza”. La ricerca mette in luce la “quotidianità delle case famiglia”, nel loro dare risposta in termini di “multiutenza complementare”. In questa prospettiva, la risposta fornita dalle case famiglia è “ultra-categoriale”, “perché non è guidata dalle categorie di lettura nella risposta alle necessità delle persone che devono essere accolte, ma dalla loro storia e da una valutazione ampia di quanto la casa famiglia può essere per loro un orizzonte di attenzione, cura e partecipazione sociale”.
Non deve stupire, perciò, “il fatto che la persona accolta non sia inserita in procedure, ma in una quotidianità familiare che fin dall’inizio la rende partecipe delle molteplici traiettorie di vita in cui ogni famiglia è inserita. Questa partecipazione ‘densa’ è voluta perché potenzialmente curativa, in quanto capace di collocare o ricollocare la persona in un mondo vitale che – come per ognuno di noi – non può che essere complesso per essere capacitante e abilitante”. Per raggiungere un tale obiettivo, “l’analisi delle diverse richieste che giungono all’Associazione è molto curata: per garantire nulla di meno che una vicinanza ‘calda’ da parte delle case famiglia, si riflette in via preventiva sulle effettive possibilità d’inserimento e sull’ambiente più adeguato”.

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