Comunicazione: a New York simposio su “Verità e comunicazione nell’epoca della disinformazione da Kierkgaard ai social media”

“Verità e comunicazione nell’epoca della disinformazione da Kierkgaard ai social media” è il titolo del simposio che si terrà il 16 e 17 novembre a New York, presso la St. John’s University in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Kierkegaard era estremamente attento ai modi della comunicazione, anzi, era perfettamente consapevole che una certa modalità comunicativa potesse influire in modo essenziale sugli stessi contenuti del messaggio, in modo negativo (fuorviante), ma anche in modo positivo. Kierkegaard – spiegano gli organizzatori del simposio – comprendeva le dimensioni esistenziali dell’ambiguità nella comunicazione, ciò che chiamava ‘comunicazione indiretta’ e come forma le relazioni umane. L’ambiguità nel processo comunicativo ha assunto nuove dimensioni nell’era dei social media. La mercificazione della comunicazione ci costringe a impegnarci in un discorso pubblico per esaminarne le implicazioni sulla fenomenologia della verità. “Kierkegaard, in quanto filosofo, se non potrà mai darci operativamente un algoritmo capace di individuare una notizia falsa, è però in grado di aiutarci a problematizzare consapevolmente che cosa significhi ‘vero’: oggi è di moda parlare di post-verità: bene, quale verità? In secondo luogo va detto che le riflessioni kierkegaardiane sulla comunicazione non erano avulse dal contesto in cui il Filosofo viveva: non dimentichiamo che la bufera del 1848 colpì anche lui e pertanto i temi della libertà di stampa, della proliferazione di informazioni e del sempre crescente potere dell’opinione cosiddetta “pubblica” erano per lui di scottante attualità”, spiega Ingrid Basso, ricercatrice del Dipartimento di filosofia dell’Università Cattolica relatrice al simposio. “Forse in questo contesto Kierkegaard può aiutare la riflessione contemporanea sulla comunicazione indirizzando l’attenzione verso una via in cui la parola, tornando per così dire a farsi carne, può decidere della vita stessa di chi la usa e spingere dunque a un’educazione alla responsabilità verso un qualcosa che dura oltre il tempo di un clic”, aggiunge Basso.

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