Stati Uniti: domani le elezioni midterm, un “referendum” su Trump. L’analisi di Gramaglia (Iai)

“L’ultimo sondaggio Washington Post–AbcNews, prima del voto di midterm di martedì 6 novembre, dà i democratici avanti di sette punti sui repubblicani, 50 a 43%, a livello nazionale. Meno dell’11% d’un mese fa; la metà del 14% d’agosto: segno che la furibonda campagna di Donald Trump, costellata di 6420 bugie – il Wp le ha contate una per una -, ha ottenuto qualche risultato. Ma, forse, ancora abbastanza perché i pronostici siano rispettati, anche perché almeno venti milioni d’elettori, un quinto circa della prevedibile affluenza, hanno già votato e non possono più cambiare opinione”. Giampiero Gramaglia, direttore responsabile di AffarInternazionali (rivista on line dell’Istituto affari internazionali, Iai), analizza la politica statunitense alla vigilia delle elezioni di midterm che si terranno domani negli Usa. I sondaggi non sempre hanno centrato l’esito del voto popolare (basti pensare proprio all’elezione di Trump, che veniva dato per sconfitto da Hillary Clinton). “Ma Nate Silver, il ‘mago delle previsioni’, l’uomo del sito FiveThirtyEight che è la bibbia delle elezioni, calcola – scrive Gramaglia – che i democratici abbiano oggi 7 probabilità su 8 di conquistare la Camera, mentre il Senato dovrebbe restare repubblicano, c’è solo una chance su 6 che i democratici ce la facciano”. Domani, infatti, i cittadini americani rinnoveranno tutta la Camera – 435 seggi – e un terzo del Senato – 33 seggi su 100 -. Si vota pure per decine di governatori e assemblee statali e una ridda di referendum e consultazioni locali.
“I risultati diranno il giudizio degli elettori su quanto fin qui fatto da Trump, in chiave 2020: entrato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017, il magnate ha finora avuto la maggioranza sia alla Camera, dove i repubblicani hanno 235 seggi, sia al Senato, dove ne hanno 52. Però, riforma fiscale a parte, il presidente non è riuscito a realizzare alcuni punti cruciali della sua agenda elettorale interna, come lo smantellamento dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Barack Obama, o la riforma dell’immigrazione; in due occasioni è giunto ai ferri corti con deputati e senatori, con lo shutdown, la chiusura delle Amministrazioni federali”. Il voto di midterm è dunque, “un’elezione nazionale, un referendum su Trump”, come dice Lee Miringoff, direttore del Marist Institute for Public opinion che fa sondaggi per la Npr, la radio pubblica Usa. “Due terzi degli elettori affermano che il presidente sarà il fattore determinante del loro voto, pro o contro”.

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