Corridoi umanitari: sofferenze, speranze e sogni dei 70 profughi siriani arrivati in Italia

foto SIR/Marco Calvarese

Tante le storie raccolte tra quelle dei 70 profughi arrivati questa mattina in Italia grazie ai Corridoi Umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese, in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri. Una di queste la racconta Abdallah, 26enne con in braccio Wisa, suo figlio nato da appena 5 mesi, mentre era in un campo profughi in Libano, dove ha sposato un anno e mezzo fa la fidanzata. Assieme erano scappati da Damasco, in Siria, perché Abdallah non voleva imbracciare un fucile ed andare a sparare ad altre persone che forse, anche loro, non avrebbero voluto farlo. “Fra due o tre anni voglio diventare come gli italiani”, ha detto Abdallah, che non vuole perdere tempo e impegnarsi immediatamente nell’apprendere la lingua italiana in modo tale da poter cercare un lavoro e assicurare un futuro a suo figlio e alla sua famiglia.

Scappate dalla Siria in Libano per non rischiare di morire, anche due ragazze ingegneri che sognano un lavoro e una vita migliore per loro ma, soprattutto, per la loro famiglia che è partita assieme e che è composta da un’altra sorella, dalla mamma e da un fratello Down che sembra avere le idee chiare: “Voglio fare un po’ di sport e rendermi utile con qualche lavoretto che io riuscirò a fare”.

Dopo l’arrivo c’è stato anche il ricongiungimento di una famiglia dopo un lungo periodo di separazione. Due ragazzi e una ragazza con due mazzi di fiori colorati e gli occhi lucidi hanno potuto riabbracciare le ultime arrivate in Italia della loro famiglia, la madre e una sorella. “Dal 2012 sono in fuga”, le parole di Manah, che racconta la bellezza della Siria prima della guerra che ha distrutto tutto quello che avevano e, contemporaneamente, il loro futuro, tanto da costringerli a fuggire in Libano dove, pur arrangiandosi lavorando come parrucchiera, ha avuto una vita molto difficile perché quello che guadagnava non bastava per vivere. “Abbiamo molta fiducia nel futuro”, ha aggiunto Manah.

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