Decreto sicurezza: don Soddu (Caritas Italiana), “il rischio è di aumentare la propensione all’illegalità”

“Il vero rischio che ora il Paese corre è quello di aumentare, paradossalmente, la propensione all’illegalità, rendendo più fragile la coesione sociale anche per le famiglie italiane, mentre per le imprese sarà più difficile reperire legalmente manodopera giovane e motivata”. Lo scrive don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, in un editoriale pubblicato da “Famiglia Cristiana” sul numero in edicola oggi, nel quale analizza l’impatto sociale del Decreto sicurezza.

“Sul Decreto – sottolinea don Soddu – la previsione che desta maggiore preoccupazione è certamente l’abolizione della cosiddetta protezione umanitaria”. “La conseguenza più evidente – osserva il direttore della Caritas – sarà un aumento dell’irregolarità sui territori con conseguenze anche in termini di sicurezza. A oggi, infatti, circa 140mila persone titolari di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rischiano di cadere o di ricadere in una condizione di irregolarità del soggiorno che li esporrà al rischio di povertà estrema, di marginalità e di devianza”.

“Un altro aspetto che avrà un forte impatto sui territori – prosegue don Soddu – è il ridimensionamento del programma Sprar, costituito da centri molto piccoli e posto sotto l’egida dei Comuni: se fino a oggi era destinato anche all’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, in base al decreto sarà limitato a chi ha già ricevuto la protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Tutti gli altri, la maggioranza, andranno nei centri governativi, ovvero nei Cara”.

“Questa scelta – secondo il sacerdote – penalizzerà molto i territori e la qualità dell’accoglienza in quanto predilige le strutture di grandi dimensioni, che in genere sono elemento di preoccupazione e paura diffusa, in controtendenza rispetto all’esperienza sperimentata, per esempio, nel progetto (promosso dalla Chiesa italiana) ‘Protetto, rifugiato a casa mia’, che ha finora coinvolto 76 diocesi e 551 migranti in percorsi di condivisione parrocchiale o familiare”.

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