Tratta: suor Bonetti (Slaves no more), “a Ponte Galeria 40 ragazze cinesi fatte prostituire nei centri massaggi di Prato”

“Negli ultimi tempi al centro di Ponte Galeria non ci sono solo nigeriane vittime della tratta. Ora abbiamo 40 ragazze cinesi che vengono dai centri massaggi di Prato, molte potrebbero essere minorenni ma non lo dicono. Non sanno l’italiano ma noi abbiamo una suora cinese che parla con loro. Insieme fanno Tai Chi e Qi Gong”: lo racconta al Sir suor Eugenia Bonetti, presidente dell’associazione Slaves no more, che dal 1993 lavora per contrastare il fenomeno della tratta a scopo di sfruttamento sessuale e togliere le ragazze dalla strada. Dal 2003, insieme ad un gruppo di altre religiose di diverse nazionalità e congregazioni, entrano ogni settimana nel Centro di permanenza e rimpatrio (ex Cie) di Ponte Galeria, a Roma, dove vengono “recluse le persone trovate senza documenti”, in attesa dell’espulsione. “Normalmente le cinesi vengono trovate nei sotterranei dei laboratori tessili della zona di Prato – spiega a margine di un convegno alla Camera dei deputati organizzato stamattina dalla Lunid (Libera università dei diritti umani) -. Queste 40 ragazze purtroppo vengono dai centri estetici. Sono arrivate tutte insieme a Ponte Galeria. Alcune sono ancora lì, altre hanno avuto l’espulsione e sono andate via dal centro ma non sappiamo dove. Sono tutte irregolari, quindi rischiano di cadere nuovamente nelle mani degli sfruttatori”. Come tutte le associazioni e realtà che lavorano con i migranti, suor Eugenia è preoccupata per gli effetti che verranno dall’approvazione del Decreto sicurezza e immigrazione, prevista oggi alla Camera: “Stiamo cercando di capire come poter intervenire. Temiamo che ci saranno grosse espulsioni come agli inizi, con tantissimi aerei che partivano con 100/150 ragazze nigeriane”. Nel frattempo, prosegue, “è importante che noi suore siamo lì dentro e continuiamo il nostro lavoro. Il nostro servizio vuole essere quello di aiutare queste ragazze ad avere un momento di serenità, di ascolto, di festa. Sono lì 24 ore su 24 chiuse in una stanza, escono solo per andare in mensa ma non hanno un ambiente di ricreazione, non c’è niente. Ho chiesto lezioni di italiano mi rispondono: a cosa serve se devono tornare nel loro Paese? Sono persone che non hanno diritti ma la nostra presenza lì per loro fa la differenza”.

 

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