Sfruttamento: Caritas, 5.000 lavoratori assistiti dal Progetto Presidio. Il 60% senza contratto. Al via Presidio 3.0

Sono stati 4.954, di 47 nazionalità differenti, i lavoratori incontrati nei 4 anni del Progetto Presidio promosso da Caritas italiana in 18 diocesi italiane per contrastare il caporalato e lo sfruttamento lavorativo, soprattutto nel settore agricolo. Il 60% non possiede un contratto di lavoro. Il 71% viene retribuito a giornata, il 9% a cottimo, il 10% ad ore.  Sono alcuni dati che emergono dal volume “Vite sottocosto” che racchiude i risultati della seconda edizione di Presidio, presentato oggi a Roma, nella sede di Caritas italiana, per dare il via a Presidio 3.0, che rilancerà le iniziative ed i servizi già realizzati. “Tra i nuovi obiettivi – ha spiegato Caterina Boca, dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana – una maggiore sensibilizzazione delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei sindacati per promuovere una cultura dei diritti umani e della legalità. Saranno utilizzati maggiormente anche strumenti giuridici per contrastare il fenomeno”. L’età media delle circa 5.000 persone che si sono rivolte ai presidi Caritas nelle diocesi coinvolte è di 34 anni, il 3,6% sono minori. L’87% sono uomini, il 13% donne. L’85% ha ricevuto una istruzione primaria e secondaria di primo grado, il 15% una istruzione secondaria e terziaria. Solo l’11% dichiara di conoscere la lingua italiana.  Ci sono delle caratterizzazioni etniche a seconda dei territori: i romeni a Ragusa, i ghanesi a Caserta, i burkinabé ad Acerenza e Melfi-Rapolla-Venosa, i maliani a Saluzzo, i senegalesi a Foggia, i tunisini a Nardò-Gallipoli e Ragusa, i marocchini a Teggiano-Policastro, i gambiani a Foggia. L’85% dei lavoratori è impiegato nell’agricoltura, il 7% nell’edilizia, l’1,6% nel settore domestico.  Due terzi dei lavoratori hanno familiari in Italia. La maggioranza delle persone assistite attraverso presidi fissi e mobili ha ricevuto risposte a bisogni di base come vitto, vestiario, fornellini per cucinare. A circa 2.000 persone è stata fornita assistenza sanitaria. A molti anche consulenza legale. Si stima siano “18.000 le persone che vivono nei ghetti delle regioni del Sud: Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia”, ha detto Pietro Simonetti, consulente della Regione Basilicata, annunciando la volontà delle cinque regioni di “eliminare i ghetti entro due anni, utilizzando 44 milioni di euro di fondi Ue”.

 

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