Salute mentale: p. Arice (superiore Cottolengo), “riconquistare felicità perduta”. “Coinvolgere tutta comunità cristiana, attenzione a bisogni spirituali”

Il presupposto che “deve orientare l’agire clinico come quello pastorale” è che “la felicità perduta da una persona malata può essere riconquistata”. Non ha dubbi p. Carmine Arice, superiore generale della Società dei sacerdoti di san Giuseppe Benedetto Cottolengo e padre della Piccola Casa della divina Provvidenza. Nel suo intervento al convegno nazionale “Chiesa italiana e salute mentale 2. Futuro e benessere della mente”, che si è aperto questa mattina alla Pontificia Università Lateranense per iniziativa della Cei, Arice spiega che se da un punto di vista clinico questo “significa offrire riabilitazione, da un punto di vista pastorale significa percorrere un cammino di riconciliazione con la propria storia, con gli altri e con Dio, fino all’auspicato incontro con Colui che è la felicità, nel rispetto dell’individuo, del suo percorso e del suo credo”. Accompagnare “verso la felicità riconquistata – prosegue – significa avere un’attenzione al soggetto-paziente nella sua concretezza, alla sua storia, al suo ambiente, alla sua famiglia con una specifica considerazione alla sua biografia, senza la pretesa di raggiungere obiettivi teoricamente precostituiti ma cercando il bene concretamente possibile nel suo contesto attuale”. Per raggiungere questo obiettivo, avverte Arice, occorre “coinvolgere tutta la comunità cristiana perché il paziente si senta parte di un corpo e non un elemento a parte”. Tutto ciò, conclude, “richiede che gli operatori pastorali, in struttura come sul territorio, siano esperti nell’arte della relazione e quindi abbiano una preparazione specifica, con una conoscenza adeguata oltre che delle dinamiche della relazione, anche dei bisogni spirituali di un malato psichico”.

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