Dottrina sociale della Chiesa: mons. Meta (Rrëshen), in Albania il sistema di giustizia “fatica ancora a decollare nonostante passi significativi”

“Il regime comunista riuscì in pochi anni a estendere il suo controllo su ogni centimetro del territorio albanese. Controllo territoriale e controllo di coscienze. Installò persino il controllo nelle famiglie attraverso membri delle grandi famiglie che diventavano collaboratori dei servizi segreti per i loro stessi familiari. Un controllo piramidale fortemente strutturato che non lasciava spazio ad invenzioni e creatività. Gli spazi di libertà erano minimi, persino nella ricerca scientifica, nell’insegamento, nell’educazione dei bambini e quanto di più assurdo anche nelle celebrazioni famigliari quali feste di matrimonio e funerali. Dell’Albania nel mondo non si sapeva niente, come accade oggi per la Corea del Nord”. Lo ha detto mons. Gjergj Meta, vescovo di Rrëshen in Albania, intervenendo questa sera al Festival della Dottrina sociale della Chiesa che si tiene a Verona fino al 25 novembre sul tema “Il rischio della libertà”. “Il regime comunista si è sempre percepito come punitivo. Se sgarri paghi. Sono così tutte le dittature, di destra o di sinistra. La punizione era vista come normale – ha aggiunto -, ma era nelle mani dello Stato. Le prigioni politiche in Albania erano chiamate anche in modo assurdo come ‘realtà di rieducazione’. Invece erano degli inferni veri e propri. La psicologia della punizione era fortemente radicata nella vita delle persone. Uno Stato padrone, come un padre padrone a cui tutti dovevano stare sottomessi”. Dopo la caduta del regime, ha spiegato il vescovo, “la gustizia delle istituzioni entrò in una fase corruttiva di inaudite dimensioni” e il sistema “fatica ancora a decollare nonostante passi significativi siano stati fatti in questi ultimi anni”.

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