Cure palliative: mons. Paglia (Pav), eutanasia “figlia dell’abbandono” apre strada a “liquidazione vita disprezzabile”

L’eutanasia, “presentata come una scelta di civiltà, perché risponderebbe alla domanda di una morte degna” in realtà “incoraggia un’insidiosa perversione dei significati”, e la sua richiesta di legittimazione “toglie giustificazione alla cura di un malato inguaribile, per aprire la strada alla liquidazione di una vita disprezzabile”. Non usa giri di parole mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita (Pav) e gran cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, nella lectio tenuta questo pomeriggio presso la Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs in occasione del Graduation day dei master universitari di I e II livello in Cure palliative e terapie del dolore dell’Università Cattolica. Nel definire la legalizzazione dell’eutanasia “l’effetto di una soggezione tecnica ed economica all’idea della selezione eugenetica della vita degna di cura”, Paglia sottolinea la contraddizione di una società che “da una parte allunga tecnicamente la vita e dall’altra ne favorisce politicamente la soppressione”. Singolare, secondo il relatore, “il silenzio assordante sul diritto ad essere curati e accompagnati”. In una società dove “l’autosufficienza è un imperativo indiscusso – spiega – è facile per chi resta dipendente sentirsi depresso e persino non all’altezza di vivere”. In questo orizzonte, il passaggio dal “diritto” di morire al “dovere” di morire “diviene più breve di quel che talora si crede”. Eppure, assicura il presidente della Pav, “la domanda di eutanasia o suicidio assistito è nella quasi totalità dei casi figlia dell’abbandono terapeutico (e sociale) del malato”.

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