Salute mentale: l’esperienza delle convivenze protette, un modello riuscito

Dopo aver lasciato la Sardegna, Giorgio approda a Civitavecchia dove rimane per 13 anni perché, per motivi economici, non riesce a tornare a casa. Finisce varie volte al pronto soccorso a causa del suo disagio mentale, dorme in luoghi impervi, urla e gesticola perché sente le voci. Nel 2011 viene avvicinato dagli operatori della Comunità di Sant’Egidio di cui pian piano comincia a fidarsi. Parte il suo cammino di cura e diventa il primo ospite di una casa a Civitavecchia in cui si sperimenta la convivenza protetta. Oggi sta bene, condivide l’abitazione con altri amici e fa attività di volontariato. “E’ una storia emblematica di ciò che si può fare insieme”, ha detto Massimo Mangano San Lio, della Comunità di Sant’Egidio, che ha raccontato la vicenda di Giorgio durante il Seminario sulla Salute mentale a 40 anni dalla Legge 180, promosso da Sant’Egidio in collaborazione con Asl Roma4 e Regione Lazio. Quello della “convivenza protetta” è un modello riuscito che rappresenta “una vittoria sulla solitudine da parte di persone che così riprendono il coraggio di vivere”. “Bisogna lavorare per enfatizzare i modelli che esistono, anche in una logica del contenimento dei costi”, ha spiegato Giuseppe Quintavalle, direttore generale Asl Roma4, per il quale promuovere azioni che aiutano l’inclusione e la riabilitazione di persone che hanno un disagio psichico è fondamentale. E produce grandi benefici, come, ha osservato, “la drastica riduzione dei ricoveri, che in alcuni casi sono stati addirittura azzerati, un miglioramento del benessere fino ad un recupero di vita soddisfacente, un sollievo per le famiglie, un risparmio considerevole rispetto ai ricoveri e alle prolungate permanenze in case di cura”.

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