Ambiente: Cng, 55 anni fa il Vajont. “Eventi calamitosi non sono fatalità imprevedibili”

Il 9 ottobre di 55 anni 263 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal monte Toc precipitando nel bacino creato dalla diga del Vajont e sollevando un’ondata gigantesca, alta 260 metri, causando la morte di 1917 persone. “Il disastro del Vajont costituisce la fotografia di un Paese miope dal punto di vista della prevenzione e della valorizzazione delle professionalità. I geologi di allora furono inascoltati esattamente come oggi: a distanza di 55 anni, si continua a maltrattare il territorio e a sfidare le forze della natura con il cemento e la perfezione teorica, in accordo con l’approssimazione politica e l’arroganza di chi continua a non voler risolvere il problema alle sue origini”. Con queste parole Domenico Angelone, tesoriere del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), ricorda il disastro del 1963. “Il Vajont ha segnato nella storia d’Italia un momento di svolta – prosegue Angelone – esattamente come accadde con il terremoto dell’Irpinia del 1980 quando lo stesso presidente Pertini evidenziò le gravissime carenze culturali, organizzative e programmatiche di un Paese che, in entrambe le vicende, si dovette vergognare di fronte alla popolazione mondiale. Una svolta che si è palesata timidamente con interventi normativi inadeguati e tardivi, seguendo più gli eventi dettati dallo scorrere del tempo, dal boom economico degli anni ’70 e ‘80, dal progresso scientifico e tecnologico, che dalla consapevolezza di dover partire dalla conoscenza del territorio e dalle sue criticità”. Culturalmente “siamo rimasti ancorati alle logiche del pre-Vajont – continua Angelone -, alle stesse logiche che tendono a rincorrere l’emergenza e ad apporre pezze ancora peggiori del buco che si vuole coprire. La mancanza di cultura geologica sia nelle istituzioni che nelle leggi che esse producono, costituisce il vero cancro del Paese, come testimoniano le ultime tragedie che hanno riguardato i recenti terremoti e le recentissime alluvioni, quando, come se non bastasse, si è palesata in maniera evidente la necessità di un approccio diverso al problema”.

Il Cng “ha da sempre evidenziato come sia le vecchie norme che quelle vigenti siano inadeguate alla salvaguardia della sicurezza dei cittadini. È inaccettabile che la sicurezza e la prevenzione vengano ancora trattate con miopia e leggerezza, ponendo la cultura geologica come un fardello da dover sopportare di fronte alle grosse scelte di sviluppo del Paese”. Ricordando l’alluvione, la scorsa settimana a San Pietro Lametino, in Calabria, il segretario del Cng, Arcangelo Francesco Violo giudica “necessario rivedere il sistema di allertamento, prevedendo automatismi tra i livelli di allerta e la fasi operative da attivare. Non si può prescindere da un’adeguata conoscenza, anche attraverso la costituzione di presidi idrogeologici permanenti, delle peculiarità del territorio in termini di pericolosità e di rischio, così come delle effettive condizioni locali che si stanno verificando in un dato momento. Non è più possibile classificare gli eventi calamitosi, che si susseguono sempre più frequentemente, come ‘fatalità imprevedibili’: ad ogni tragedia viene sbandierata da politici e dirigenti la volontà di attivare serie politiche di prevenzione, ma poi tutto finisce nel dimenticatoio, superate le fasi di emergenza e cordoglio”.

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