Rosario Livatino: card. Montenegro, “anche da questa terra possono spuntare dei frutti buoni”

Nel corso della sessione pubblica che ha chiuso, ieri sera, nella chiesa sant’Alfonso, ad Agrigento, la fase diocesana del processo per la beatificazione del giudice canicattinese Rosario Angelo Livatino, l’arcivescovo card. Francesco Montenegro, ha voluto evidenziare che “l’obiettivo non è stato quello di capire da chi o per quale ragione Livatino sia stato ucciso, ma per chi ha speso tutta la sua vita”. Uno dei messaggi più importanti dell’indagine diocesana sulla vita del giovane giudice è, per il card. Montenegro, che “per diventare santi non dobbiamo estraniarci dai nostri impegni ma, piuttosto, dobbiamo sporcarci le mani nelle fatiche quotidiane cercando di mantenere pulito l’abito battesimale. Livatino – ha aggiunto – per noi è espressione di un cristianesimo fatto di unione con Dio e di servizio all’uomo, di preghiera e di azione, di silenzio contemplativo e di coraggio eroico”. Ricordando le parole di san Giovanni Paolo II che, nella visita alla città dei templi, lo definì “martire della giustizia e, indirettamente, della fede”, l’arcivescovo di Agrigento ha aggiunto che “tanti altri prima di lui e dopo di lui, purtroppo, sono morti per lo stesso motivo”, ma per Livatino era “molto di più del semplice adempimento del dovere”, perché si è “impegnato a portare il Vangelo dentro ciò che era chiamato a vivere ogni giorno, nella ricerca della giustizia e nel rispetto della dignità di ogni persona”. Poi un pensiero agli agrigentini: “Dobbiamo pensare che anche da questa terra possono spuntare dei frutti buoni. Quando si parla di Agrigento – ha detto il card. Montenegro – a volte si diventa tristi, non è questo il caso. Quando si accende una luce tutti la vedono. La città ha bisogno di speranza. Vorrei – ha concluso – che questo diventasse un invito per tutti a credere in quello che si fa”.

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