Libertà religiosa: Martinez, “deve essere parte integrante della politica estera”

Prendendo parte alla “Conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione, con particolare attenzione alla discriminazione basata sulla religione o il credo: verso una risposta globale nella regione dell’Osce”, in corso a Roma, Salvatore Martinez, presidente della Fondazione Vaticana “Centro internazionale Famiglia di Nazareth”, ha fortemente incentrato il proprio intervento sul valore della libertà religiosa che, se “recepita nelle Costituzioni e nelle leggi e tradotta in comportamenti coerenti”, può favorire “lo sviluppo di rapporti di mutuo rispetto, di pace e di sicurezza tra le diverse confessioni e una loro sana collaborazione con lo Stato e la società politica, senza confusione di ruoli e senza antagonismi”. Secondo il rappresentante personale della Presidenza italiana in esercizio 2018, con delega alla “Lotta al razzismo, xenofobia, intolleranza e discriminazione dei cristiani e dei membri di altre religioni”, infatti, “un sano pluralismo, che rispetti gli altri e i valori come tali, non implica una privatizzazione delle religioni con la pretesa di ridurle al silenzio e all’oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee. Si tratterebbe di una nuova forma di discriminazione e di autoritarismo”. In ordine all’esercizio del diritto alla libertà religiosa stessa, inoltre, “corrispondono precise e gravi responsabilità degli uomini e delle donne, sia nella professione religiosa individuale, sia nell’organizzazione e nella vita delle rispettive comunità”.
Relativamente all’impegno Osce, “siamo chiamati ad una narrazione alternativa a quella dominante”, ha dichiarato Martinez. Pertanto, “va ripensato lo spazio della Regione Osce come spazio di una cultura aperta e dialogante”. Per Salvatore Martinez, “la cultura dei diritti umani non può essere che cultura di pace” e “per promuovere una cultura dei diritti umani che investa le coscienze, è necessaria la collaborazione di ogni forza sociale”: di conseguenza, “urge una seria inversione di tendenza, soprattutto in Europa, dove si tende a minimizzare quando addirittura ad occultare, la portata delle forme di discriminazione e d’intolleranza a sfondo religioso”. Indicando poi tre esempi concreti relativi, in particolare, alla discriminazione dei cristiani – circa 200 milioni i perseguitati nel mondo – il relatore ha evidenziato che, se da un lato “la libertà religiosa deve essere parte integrante della politica estera, in quanto favorisce la cooperazione fra Stati”, è anche vero che “la ‘politicizzazione delle religioni’ è un cancro per le stesse religioni ed elemento di sfiducia e di non credibilità delle stesse religioni agli occhi delle nuove generazioni”.

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