Politica: mons. Nosiglia (Torino), “no a classi dirigenti improvvisate, essere onesti e rivolti al bene comune”

“La crisi delle forme novecentesche di partecipazione non può renderci indifferenti; è giusto quindi che tutta la comunità cristiani s’interroghi su quale presenza sia necessaria nella polis. Evitando però di ripercorrere formule nostalgiche del passato e mutuando da esperienze che non torneranno più”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, intervenendo stamani al seminario della Pastorale sociale e del lavoro “Cambiamenti a tempo indeterminato”, al Polo del 900. Presentando le piccole officine della politica, che prenderanno il posto della Scuola di formazione all’impegno sociale e politico, il presule ha sostenuto che “trovo, in un momento di profonda crisi tra i cittadini, i corpi intermedi e le istituzioni, più che pertinente una seria riflessione sul come riabitare coscientemente lo spazio pubblico”. “Spiritualità, impegno sociale e per il mondo del lavoro, partecipazione alla vita politica – ha aggiunto l’arcivescovo – sono elementi interconnessi che rendono autentica e pienamente vera la fede cristiana”. Guardando alle “nostre realtà cristiane”, mons. Moraglia ha affermato che “troppo spesso si contrappone in modo fallace impegno sociale e volontariato con impegno politico”. “Oggi è fondamentale parlare di impegno politico tout court, favorendo nuove vocazioni in tal senso e aiutando le persone già impegnate a non sentirsi estraniate dalla realtà cristiana”. Secondo l’arcivescovo, “educare i giovani alla politica è una delle sfide più complesse del nostro tempo perché i nostri schemi mentali, molto spesso, non corrispondono con le aspettative dei giovani stessi e perché le nostre proposte non rispondono alle loro esigenze e modalità di partecipazione”. Infine, l’attenzione è per le “nuove classi dirigenti”, “intese non come persone che occupano degli spazi di potere, ma che responsabilmente si assumano l’onere di guidare e dare direzione ad una comunità spesso disorientata”. “Per essere classe dirigente – ha concluso il presule – non ci si può improvvisare: bisogna formarsi, prepararsi, svestirsi di ideologie e pregiudizi, affondare le radici in esperienze sociali e di comunità, essere onesti e rivolti verso il bene comune”.

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