Sinodo 2018: don Rigoldi (cappellano), “migliorare le nostre capacità relazionali per accogliere meglio i giovani”

“Nel carcere minorile a Milano oltre a parlare di Gesù Cristo, ci facciamo carico dell’accoglienza, del lavoro, della mediazione con i genitori, insomma c’è una presa in carico totale. Quello che i ragazzi capiscono subito è che noi sentiamo nostri i loro problemi. Da qui nasce da parte loro una stima, un confronto, una relazione padre-figlio. Non sei solo un prete, sei il padre. In carcere ci sono soltanto i poveri e i poverissimi: come fai a non essere coinvolto nella loro povertà, nella mancanza di casa, di relazioni, di famiglia, di stima da parte di qualcuno che ti crede, ti dà una mano per la tua autonomia?”: a dirlo è don Gino Rigoldi, cappellano all’Istituto penale per minori Cesare Beccaria, in un’intervista al Sir, nella quale riflette sul Sinodo in corso in Vaticano. “Nel Sinodo parliamo dei giovani e confrontiamo nel mondo le problematiche giovanili, ma noi preti, suore, frati, educatori cattolici miglioreremo le nostre capacità relazionali, le nostre capacità educative? Avremo altre idee da aggiungere a quello che già facciamo? Due cose sono determinanti per stare accanto ai ragazzi dopo il Sinodo: la relazione e la comunità”, afferma il sacerdote che racconta della sua esperienza di presidente di varie associazioni giovanili, impegnate ad esempio in attività di volontariato in Romania e Moldavia: “Lavoriamo molto sulla relazione interpersonale perché il gruppo deve essere di relazione prima che di azione. Relazione vuole dire volersi bene, l’abc del comandamento dell’amore, ci guardiamo in faccia, ci riconosciamo, condividiamo le cose che sappiamo di avere, ci accettiamo nelle nostre diversità. Servono, dunque, una grande capacità di relazione e l’impegno a lavorare in un gruppo. I giovani hanno bisogno di relazione e di comunità”.
“Dobbiamo prepararci a riaccogliere questi giovani, con la cultura che abbiamo respirato al Sinodo – ribadisce don Rigoldi -: siamo noi preti, frati, suore, educatori cattolici e associazioni cattoliche a doverci formare alla relazione perché i giovani sentono la mancanza di figure adulte di riferimento. D’altra parte, la relazione non è una dote naturale, è un percorso di vita spirituale, che si costruisce o non c’è. La capacità di relazione significa anche la capacità di condividere quello che pensi, quello che soffri, quello che ami”.

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