Vocazioni: padre Khachidze (greco-ortodosso), “l’importanza della pazienza”. Della Rocca (rabbino), “non siamo capaci di ascoltarci in profondità”

L’Italia è multicolore non da oggi ma da secoli. E la percezione dell’altro, secondo le diverse religioni, ha intriso i valori della popolazione anche se non ce ne accorgiamo. È quello che emerso nella tavola rotonda dedicata al tema dell’ascolto durante il convegno nazionale vocazionale, in corso a Roma, a cui hanno partecipato i rappresentanti di sei religioni o confessioni religiose introdotti da don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei. “Loro sono testimoni di una Italia multicolore dal punto di vista religioso – ha detto, presentando i relatori -. Ce ne accorgiamo solo da poco ma dovremmo ricordare che la comunità ebraica in Italia è nata nel 60 a. C.”. Il primo a parlare è stato padre George Khachidze, il parroco greco-ortodosso di San Gerasimo di Perugia. “Parlo della mia esperienza come padre e parroco – ha affermato -. Per noi cristiani credenti è importante la virtù della pazienza, come il contadino che semina, miete e raccoglie. Ho incontrato però diversi religiosi che hanno avuto poca pazienza”. “Dammi signore un cuore che ascolta”, ha detto il parroco greco-ortodosso, citando il titolo del convegno, “dovrebbe essere ricordato dai sacerdoti quando entrano in contatto con il prossimo. Quello che può aiutare non è la predica ma ciò che vivo, insieme ad essere utile e paziente”. “Anche se non sono cattolico – ha concluso – riconosco l’umiltà di papa Francesco. Molti non condividono ma Dio ascolta e vede il cuore”. Chi ha ricordato i dialoghi nella Bibbia fra gli uomini e Dio è stato il rabbino Roberto Della Rocca di Milano: “L’ebraismo è stato tacciato di essere legalista perché nella Bibbia c’è scritto che il popolo d’Israele dice a Dio: ‘Faremo tutto quello che ci hai detto’, ma non è vero perché Dio dice che non basta, vuole essere ascoltato. Non vuole infatti che il suo popolo risponda come tanti robot. La grande rivelazione ci è infine offerta dal profeta Elia che compie la grande esperienza dell’ascolto del silenzio nel deserto, cosa che oggi non siamo più capaci di fare, perché non siamo capaci di ascoltarci in profondità”. Samaa, la rappresentante della comunità islamica, ha ricordato come “per il credente musulmano tutto abbia inizio e fine nell’ascolto. Il padre infatti sussurra nell’orecchio del neonato la professione dell’islamico. Queste preghiere tendono ad accompagnare la fine della vita perché secondo la cultura islamica l’ultimo senso a rimanere è l’udito. Lo stesso Corano è la rivelazione nel cuore del profeta di Dio. Il suono diventa un mezzo di conoscenza. Questo in un periodo in cui siamo bombardati da suoni che ci distraggono dall’ascolto del cuore. Non dobbiamo però scappare dalla società che ci è stata data da Dio ma dobbiamo avere discernimento. Per chi sa ascoltare ci sono momenti di dialogo con Dio”.

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