Rifugiati: le storie di Jawad, Osman, Soheila e Soumaila in fuga da Afghanistan, Iran, Somalia e Mali

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Jawad dall’Afghanistan, Soheila dall’Iran,  Osman dalla Somalia, Soumaila dal Mali. Sono i quattro rifugiati  che hanno raccontato le loro storie al cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, in visita oggi pomeriggio al Centro Astalli di Roma, il centro dei gesuiti per i richiedenti asilo e rifugiati. Jawad è di etnia hazara, una minoranza perseguitata da più di 50 anni. “A 13 anni, come tanti altri, senza darmi troppe spiegazioni, mio padre mi dice di partire – ha detto Jawad -. Era pericoloso restare, figlio maschio, in un Paese in cui anche i bambini combattono, uccidono e muoiono”. Il viaggio tra le mani dei trafficanti è stato duro, passando per il Pakistan senza cibo e acqua a sufficienza, camminando sulle montagne, di notte, tra le mine antiuomo: “I trafficanti ci obbligavano a fare la fila, uno dietro l’altro, in modo che se il primo calpestava una mina gli altri erano salvi”. In Iran ha vissuto 18 anni studiando e lavorando, si è laureato in sociologia e storia, è riuscito ad arrivare in Italia grazie ad un visto per studio, poi si è sposato con una ragazza afgana. Oggi hanno un bambino. “L’integrazione per me è essere uomo di pace e dialogo ogni giorno – ha concluso -. Uomo che studia e ama la cultura perché solo chi studia può cambiare il mondo”. Anche Soheila, 30 anni, è fuggita dall’Iran. E’ laureata in arte, dipinge quadri e lavora come grafica in una cooperativa: “Essere una donna rifugiata è difficile e doloroso, soprattutto se sei stata malata. In Italia ho subito tre interventi alla testa, ho vissuto l’esperienza del coma. Sono ancora viva, ancora qui, più forte di prima”.  Osman, 26 anni, è scappato dal Al Shabab, il gruppo integralista somalo, quando aveva 18 anni. “Non avevo scelta – ha detto -. Sono fortunato perché oggi in Somalia i terroristi sono ovunque, si fanno saltare in aria. Scuole, ospedali, piazze, non sei mai al sicuro. Ecco perché noi somali scappiamo, anche rischiando di morire, attraversando il deserto, sfidando il mare”. Soumaila, 29 anni, è del Mali. Lavorava come responsabile della comunicazione in un partito dell’opposizione. Volevano arrestarlo dopo aver denunciato i crimini del governo. E’ fuggito in Algeria, poi è finito nelle prigioni libiche, in una cella “di meno di due metri per due, con altre trenta persone”. Si è imbarcato con altri 120 su un gommone che dopo un’ora è affondato: “Ho visto annegare tante persone, ci siamo salvati in 30. L’Europa mi ha accolto, nonostante le resistenze, le chiusure, i muri. Nonostante avrebbe preferito non farlo”.

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