Edifici di culto: don Magnani (Cei), “l’architettura è uno dei linguaggi fondamentali del rito”

foto SIR/Marco Calvarese

“L’architettura è uno dei linguaggi fondamentali del rito e quindi non può essere trascurata. Ma non sempre i liturgisti hanno colto questo”. Lo ha affermato oggi pomeriggio don Franco Magnani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale della Cei, intervenendo a Roma alla presentazione del libro “Storie di chiese, storie di comunità. Progetti, cantieri, architetture” (Gangemi Editore) dell’architetto Andrea Longhi. “Per certi versi – ha spiegato – l’architettura costituisce un elemento ‘hardware’ dell’agire simbolico-rituale e più in generale ecclesiale”. “Ci troviamo a far girare il nostro ‘software’ della liturgia riformata dal Vaticano II con un ‘hardware’ magari di una chiesa romanica, gotica, barocca”, ha proseguito don Magnani, rilevando che “questo è un fenomeno interessante. E anche le chiese moderne devono tener conto di questo, con tutti i problemi che pone”. Rilevando che “non tutte le chiese del post Concilio sono ‘chiese garage’, il libro lo dimostra!”, don Magnani ha evidenziato che “siamo interessati che venga salvaguardata quella che è la natura singolare dell’edificio chiesa”. E ha citato l’esortazione postsinodale “Sacramentum caritatis” di Benedetto XVI quando al n. 41 dice che “la natura del tempio cristiano è definita dall’azione liturgica stessa, che implica il radunarsi dei fedeli (ecclesia), i quali sono le pietre vive del tempio”. “La liturgia celebrata e vissuta – ha aggiunto – è una delle forme singolari di appropriazione dei complessi parrocchiali da parte della comunità, non l’unica, ma la fondativa, la fondante”.
In precedenza è intervenuta Guendalina Salimei, direttrice del master in progettazione degli edifici per il culto all’Università “La Sapienza” di Roma, che ha annunciato che il libro “Storie di chiese, storie di comunità” verrà utilizzato nel corso e “diventerà fondamentale per i nostri studenti”. Salimei si è soffermata sulla prima parte del volume, quella in cui vengono elencate otto categorie che caratterizzano il progetto per la costruzione di una chiesa: le responsabilità e le scelte; i contesti del progetto “che – ha affermato – spesso non aiutano”; il progetto liturgico; il programma iconografico che chiede “un lavoro sinergico tra progettisti e artisti”; il progetto ambientale; il progetto ecclesiale che include, ha spiegato, “gli spazi attorno alla chiesa, oggi forse da ripensare” perché segnano “il rapporto della chiesa con la comunità, il quartiere, le persone” essendo “punti di incontro”; il progetto urbano e paesaggistico; infine la prova del tempo che “rimanda al tema dell’opera aperta” dopo che è stata ultimata la costruzione. Salimei ha terminato il suo intervento invitando a “ripensare all’istituto del concorso per la costruzione delle chiese affinché si scelgano persone di qualità. Anche la giuria dovrà essere di qualità perché così anche il risultato sarà di qualità”.
La presentazione è stata conclusa dall’autore che, dopo aver ripercorso il cammino che ha portato alla realizzazione del libro, ha invitato ad “una riflessione sull’assunzione di responsabilità da parte del progettista e del committente sulle conseguenze dell’architettura, perché l’architettura ha conseguenze importanti sulla vita delle persone”.

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