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Giovani: Rossini (Acli), servono “un buon sistema educativo e serie politiche attive del lavoro”

“È quanto mai paradossale che ci si occupi di garantire un minimo pensionistico di 650 euro ai giovani con un minimo di contributi, quando il primo desiderio delle nuove generazioni è trovare un lavoro oggi per vivere la propria vita, coltivare i propri sogni, ai nostri ragazzi non interessa molto sapere che un giorno, lontano, potranno godere di un minimo vitale”. Lo ha affermato oggi il presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini, aprendo a Napoli il 50° Incontro nazionale di studi delle Acli sul tema “Valore Lavoro. L’umanità del lavoro nell’economia dei robot”. Rossini ha spiegato che “ci sono due importanti motivi dietro la scelta di dedicare questo incontro al lavoro giovanile: innanzitutto i giovani sono i più coinvolti dai cambiamenti del mercato del lavoro”. Tra di loro, però, “c’è una sacca consistente di giovani scoraggiati che non studiano e non lavorano. Ci dobbiamo chiedere quali sono le loro prospettive”. Il presidente delle Acli ha evidenziato che “oggi serve un buon sistema educativo e delle serie politiche attive del lavoro”. Per questo, di fronte alla sfida posta da Industria 4.0, le Acli hanno presentato un piano strategico articolato in sei punti: investire nella formazione professionale, consolidare e diffondere l’infrastruttura formativa, innovare le qualifiche e i diplomi, sviluppare il sistema terziario professionalizzante (Its) e, infine, investire in un sistema accogliente di formazione professionale. “Anche in vista della prossima legge di bilancio – ha aggiunto Paola Vacchina, responsabile nazionale centro studi e ricerche Acli, a margine dell’incontro – chiediamo al Governo il rafforzamento e la diffusione della formazione iniziale e il consolidamento del sistema duale (imparare lavorando, attraverso contratti di apprendistato formativo)”. “Secondo le Acli – si legge in una nota – proprio la formazione professionale potrebbe ridurre la distanza tra il mondo del lavoro e i giovani: in Italia infatti molte aziende non riescono a trovare personale perché mancano le competenze”.

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