Giustizia: Cartabia (Corte Costituzionale), “dobbiamo sperimentare nuove forme che compiano di più quell’esigenza sempre inesauribile”

(dall’inviato a Rimini) – “Dobbiamo sperimentare nuove forme che integrino e che compiano di più quell’esigenza di giustizia che è sempre inesauribile”. Lo ha affermato questa mattina Marta Cartabia, vice presidente della Corte Costituzionale, aprendo l’incontro “La giustizia riparativa. Prospettive” svoltosi al Meeting di Rimini. “L’esperienza della giustizia e dell’ingiustizia fa parte del tessuto sociale”, ha osservato Cartabia, rilevando che “non vorremmo in alcun modo essere privati dei principi cardine fondamentali”. “Anche nel campo della giustizia qualcosa resta incompiuto”, ha aggiunto, riferendosi anche al fatto che “l’espressione della giustizia tradizionale è pur sempre legata espressione di forza. Una forza necessaria, per fini alti, per esigenze costituzionali. Eppure questa legge prende qualcosa in prestito dalla violenza che vuole combattere”. Parlando del tema della giustizia riparativa, Cartabia l’ha indicata come “una strada possibile, tutta da scoprire da parte da chi deve percorrerla”. La giurista spagnola Carmen Velasco, impegnata da anni nella soluzione dei conflitti attraverso la mediazione, ha raccontato la sua esperienza soprattutto in “casi in cui le persone hanno smesso di pagare le rate del mutuo e casi di coppie in crisi”. Stringere un “rapporto personale” ha fatto sì che “non fossi più un mediatore freddo e tecnico”. Agendo così, “le persone si sentivano più fiduciose”. Con realismo, Velasco ha riconosciuto che “non sempre si riesce a risolvere le situazioni” ma “nessuna situazione è stata sufficiente ad annichilire la persona”. Per la giurista spagnola, “con la mediazione, tutti gli operatori giuridici riescono a comunicare con avvocati, istituzioni pubbliche, governo, istituti bancari e ad accompagnare le persone per aiutarle a costruire nuove forme di relazioni che coinvolga tutti gli attori interessati”. Valdeci Antônio Ferreira, direttore generale della Fraternidade brasileira de assistência aos condenados, ha parlato invece dell’“esperienza di successo di Apac”, l’associazione per la protezione e l’assistenza ai condannati fondata nel 1974 in Brasile. Il “metodo Apac” – ha spiegato, è “fondato sull’amore, sulla fiducia e sulla disciplina” e produce risultati sui detenuti sottoposti a tale regime perché “la recidiva si riduce sotto il 15% e in carcere non ci sono violenze, ribellioni, droga e organizzazioni criminali”. Si tratta di “una rivoluzione per tutto il mondo”, ha sottolineato Ferreira, tratteggiando quest’opera – per cui personalmente ne ha pagato il coinvolgimento anche con minacce e detenzione – “un’oasi in mezzo al deserto”. “Con i recuperandi delle Apac – ha affermato – ho imparato che nessuno fugge dall’amore”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Territori