Migranti: Naso (Fcei), “il problema non sono le Ong ma la forza dei ‘push factor'”

“Il problema non sono le Ong né la loro prossimità alle acque territoriali libiche: la tragedia di oggi è la forza dei ‘push factors’ che spingono centinaia di migliaia di persone a rischiare la vita pur di sfuggire alla disperazione della guerra, delle violenze e della fame”. Lo ricorda in un editoriale sull’agenzia Nev, Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. “Se qualcuno di questo mondo che è espressione di una società civile che non si accontenta dei dibattiti impegnati ha avuto un qualche rapporto con i trafficanti è giusto che venga isolato e giudicato, anche con severità – afferma Naso -: non si può collaborare con chi programma lo sfruttamento brutale di centinaia di milioni di persone ogni anno, ricorrendo a violenze, stupri e ricatti”. Ma la realtà complessiva delle Ong, sottolinea, “è un’altra cosa e il semplice dato dei salvataggi in mare, per altro sempre coordinati dalla Guardia costiera, racconta una storia del tutto diversa da quella contrabbandata in questi giorni: secondo fonti della Guardia Costiera nel 2016 le Ong hanno recuperato complessivamente 46.796 migranti, più del doppio di quanti ne avevano soccorsi l’anno precedente (20.063). E nei primi 4 mesi del 2017 hanno salvato 12.646 persone, il 35% del totale”. “Oscurare questo dato è politicamente strumentale ma soprattutto moralmente ingiusto”, afferma. “È giusto porsi il problema di fermare o ridurre i flussi migratori ‘a monte’ – dice Naso, dopo una analisi sulla situazione libica e sugli accordi con l’Italia – ma la strada non può essere quella di chi oggi vuole respingere i migranti in Libia e magari domani vorrà creare un muro lungo la riva sud del Mediterraneo”. “Un’enorme area geografica che va dalla Siria alla Guinea – ricorda – ha bisogno di stabilizzazione politica e di aiuti economici per la ricostruzione o lo sviluppo. Ed è questo che l’Europa potrà e dovrà fare con quel famoso ‘piano Marshall per l’Africa’ di cui si parla da troppo tempo in sede Ue, senza che però nulla accada”. A suo avviso “Aiutiamoli anche a casa loro” ha un senso: “Ma alla scorciatoia facilona e irrealistica invocata da qualcuno, dobbiamo aggiungere un ‘anche’ essenziale e irrinunciabile, perché le migrazioni globali non si fermano con la facilità con cui si rilascia una dichiarazione ai giornali. Ma soprattutto mettiamoci in testa che ‘aiutarli anche a casa loro’ non può significare scaricare il barile sulla sponda sud del Mediterraneo ma, al contrario, implica nuovi, onerosi impegni”.

 

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