Migranti: Catambrone (Moas), “scegliere di dare priorità alle frontiere anziché alle persone non è solidarietà”

credits: Giulio Piscitelli, Contrasto

“A cosa daremo priorità? Alle frontiere? Anche quelle fluide del mare? O alle persone che fuggono da situazioni insostenibili? Se sceglieremo solo le frontiere dimenticando le persone, sarà inutile parlare di solidarietà”. Regina Catrambone, co-fondatrice e direttrice del Moas (Migrants offshore aid station), commenta al Sir il Piano d’azione europeo per ridurre la pressione nel Mediterraneo centrale di cui si sta discutendo oggi a Tallinn, in Estonia.  “La tentazione di esternalizzare il problema sembra sempre fortissima: lontano dagli occhi, lontano dal cuore – afferma Catambrone -. Sembra che ci sia una corsa per tenere questo problema lontano dalle coste con l’obiettivo di garantire la sicurezza di chi sta al di qua del mare. Eppure, quello che chiamiamo ‘problema’ o ‘fenomeno’ è una etichetta che nasconde i volti e le storie delle persone che lasciano i propri Paesi d’origine costrette dall’impossibilità di continuare a viverci. È l’ennesimo paraocchi che volontariamente usiamo per nascondere alla nostra vista e alla nostra coscienza le ferite di un viaggio che nessuno di noi vorrebbe mai fare. L’ennesimo alibi per non ascoltare voci che testimoniano indicibili sofferenze”. “È fuori dubbio che l’Italia vada aiutata e sostenuta da tutti i Paesi membri dell’Ue in un rinnovato slancio di solidarietà – prosegue -, ma è altrettanto certo che questa solidarietà rischia di diventare una parola vuota se non la si riempie con una autentica volontà di accogliere, integrare e valorizzare il talento di chi arriva in Europa”.
Fino ad oggi, osserva la co-fondatrice della prima missione di ricerca e soccorso in mare,  “gli interventi politici a ogni livello sono stati incentrati sulla protezione delle frontiere, più che delle persone. Abbiamo negoziato con dittatori o istituzioni che non rispettano i diritti umani, pur di non dover affrontare i flussi migratori. Tuttavia, negoziando con i dittatori e violando i diritti umani, non si trovano soluzioni. Si compra tempo sulla pelle dei più deboli”. A suo parere “questo approccio di prossimità è dannoso e inutile”. “Proprio per questo, un rinnovato slancio di solidarietà dovrebbe partire non solo dai singoli Paesi membri, ma dai singoli cittadini e cittadine lungimiranti e consapevoli delle sfide che siamo chiamati ad affrontare e che definiscono il nostro tempo – conclude -. Se invece decideremo di investire tempo, cuore e risorse per eliminare gli abusi e le ingiustizie che rendono intollerabile la vita di chi è costretto a lasciare la propria terra, allora nascerà una nuova Unione europea”.

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