Suicidi in carcere: don Grimaldi (cappellani), “offrire lavoro è il vero modo per dare dignità”. L’impegno della Chiesa

“L’ordinamento penitenziario ha compiuto e continua a compiere degli sforzi per migliorare le condizioni dei detenuti, ma il vero modo per dare dignità è offrire lavoro all’interno delle strutture”. Lo sottolinea in un’intervista al Sir don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, dopo il suicidio di Marco Prato, finito in cella per l’omicidio di Luca Varani. “Un altro problema – evidenzia don Grimaldi – è la mancanza di risorse: la realtà del carcere è lo specchio, amplificato, della società, dove ci sono tanti tagli. Basti pensare all’assistenza sanitaria: in carcere difficilmente riesce ad andare uno specialista o comunque sono lunghissimi i tempi per una vista. C’è il rischio di non poter aiutare adeguatamente anche detenuti con patologie gravi”.
“La Chiesa  – aggiunge l’ispettore dei cappellani – sta facendo molto per il carcere grazie a Papa Francesco che ha sollevato la riflessione su questi problemi anche con le sue frequenti visite a penitenziari. Ora tocca a noi accogliere la sua voce e la sua sollecitazione. Il carcere in una diocesi deve essere considerato come una vera e propria parrocchia”.  Da un punto di vita spirituale, chiarisce don Grimaldi, “quando un cappellano o un volontario entra nel carcere proponendo un percorso di fede attraverso il Vangelo, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, aiuta il detenuto a non perdere la speranza, perché c’è qualcuno che gli è vicino, non lo giudica, lo accoglie”.

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