Suicidi in carcere: don Grimaldi (cappellani), “fragilità individuali, strutture inadatte, mancanza di personale, accanimento dei media” tra le cause

“Quando un detenuto si suicida vuol dire che non ha trovato un motivo di speranza, è una sconfitta per tutti”: lo dice in un’intervista al Sir don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, dopo il suicidio di Marco Prato, finito in cella per l’omicidio di Luca Varani. Quello di Prato è il 23° nel 2017. Nel 2016 sono stati, secondo il rapporto di Ristretti Orizzonti “Morire di carcere”, 45.”Oltre alle fragilità individuali, i suicidi sono anche legati agli ambienti dove i detenuti sono ristretti. Ci sono dei penitenziari che non sono adatti per accogliere persone con problematiche psicologiche e psichiatriche”, osserva don Grimaldi, per il quale, “avvengono più suicidi in quelle strutture più abbandonate a se stesse per certi aspetti. Oggi si parla molto di sicurezza, ma come viene realizzata? Per mancanza di personale, tante volte non si riescono a organizzare nelle carceri attività che aiuterebbero a sostenere i detenuti. E sempre per poco personale, risulta difficile un controllo adeguato delle persone con patologie particolari o che vivono momenti difficili”. A giudizio dell’ispettore dei cappellani, “anche i media hanno delle responsabilità”: “Tante volte c’è un accanimento perché certi delitti fanno scalpore e aumentano le vendite di giornali e l’audience delle trasmissioni televisive. Bisognerebbe avere il coraggio di fare silenzio in questi drammi. Le persone più fragili non reggono tutto ciò”.

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