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Charlie Gard: Pessina (bioeticista), “non spegniamo l’inquieta domanda della coscienza se sappiamo ancora dare un senso alla cura nell’epoca della tecnologia”

“Viviamo in una società anestetizzata che non sa ascoltare il linguaggio della sofferenza e del dolore che ha animato i genitori di Charlie e lo contrappone frettolosamente a quello dell’amore. Eppure c’è molto amore nel desiderio di custodire il proprio figlio malgrado la malattia, la diagnosi avversa, la competenza clinica, l’acribia dei giudici”. Lo scrive Adriano Pessina, direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in una nota per il Sir. “Spenta la vita del piccolo Charlie – osserva – , si spegneranno i riflettori: non spegniamo l’inquieta domanda della coscienza che ci chiede se sappiamo ancora dare un senso alla cura nell’epoca della tecnologia”. Secondo Pessina, “inguaribile non significa incurabile e nel concetto del prendersi cura c’è un accompagnamento alla morte, che a sua volta deve essere proporzionato come l’atto terapeutico”. Di qui l’interrogativo: “Permettere che la malattia faccia il suo corso e fornire al piccolo Charlie tutti i supporti della medicina palliativa a nostra disposizione accompagnandolo alla morte coincide con la sedazione profonda e il distacco del respiratore?”. Per il bioeticista, “quando non c’è più nulla da fare c’è ancora molto da fare. Oggi lo stato clinico del bambino sarà probabilmente peggiorato e forse ci sono motivi medici in più per avallare quella decisione, ma restano molti interrogativi. Indubbiamente la medicina ha i suoi limiti, l’umano ha i suoi limiti, ma l’accanimento giudiziario con cui si è risposto alla preoccupazione dei genitori lascia perplessi”.

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