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Carcere: don Ricca (cappellano), “urgente che la pastorale delle nostre diocesi pensi anche ai giovani detenuti”

“C’è tanta differenza tra il dentro e il fuori dei ragazzi? Sono i pregiudizi che fanno le differenze, le storie di vita dei ragazzi molte volte sono uguali”. Lo ha affermato, oggi pomeriggio, don Domenico Ricca, cappellano del carcere minorile “Ferrante Aporti” di Torino, parlando della sua quasi quarantennale esperienza ai partecipanti alla 67ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale in corso a Pianezza (To) sul tema “Ri-partire dalle periferie”. Don Ricca ha iniziato il suo intervento presentando la situazione delle carceri minorili in Italia. “Nel 2016 – ha spiegato – in Italia sono entrati nelle carceri 1141 ragazzi e ragazze, di cui 574 italiani (549 ragazzi e 25 ragazze) e 567 non italiani”. “Il 15 febbraio 2017, in Italia nelle carceri minorili c’erano 444 tra ragazzi e ragazze”, ha aggiunto, notando che “non è vero che le carceri minorili italiane sono piene di stranieri, visto che il 15 febbraio 2017 erano 242 gli italiani”. Ma “le carceri minorili in Italia, in realtà, non sono più carceri minorili poiché i giovani adulti (18-25 anni) sono 428, il 37% degli ingressi”, ha proseguito. Don Ricca ha poi sottolineato l’importanza “del cappellano nominato, considerato che ci sono molte sedi nella quali c’è solo un cappellano volontario”. “Le carceri – ha ammonito – devono essere realtà presidiate. Per i minori il cappellano è una presenza forte, che non possiamo perdere. È un presidio educativo”. Per don Ricca, “è urgente che la pastorale delle nostre diocesi pensi anche ai giovani detenuti, non possiamo delegare questo mondo soltanto agli interventi caritativi ma dobbiamo fare in modo che ci siano interventi di accompagnamento, anche alla fede”. A questo proposito, il cappellano si è chiesto: “Come la comunità cristiana si fa presente in carcere? Come traduciamo l’opera di misericordia ‘visitare i carcerati’?”. “A volte, sembra prevalere la curiosità morbosa verso la realtà del carcere”, ha notato, evidenziando che per “andare oltre il volontariato in carcere, c’è bisogno di voglia di lavoro educativo sul territorio”.

Don Ricca ha anche rilevato che per chi ha commesso reati “dobbiamo tentare la strada della riconciliazione e della mediazione, non c’è solo il carcere come pena” anche perché “è sempre più evidente l’inadeguatezza di misure restrittive e punitive”. E invece in questi ultimi anni “le pene si sono inasprite e c’è molta difficoltà a concedere i permessi”. Rispetto all’atteggiamento della comunità cristiana, il cappellano ha parlato dell’importanza della “pedagogia della presenza”: “Quanto conosciamo i nostri ragazzi, soprattutto quelli che non vengono ai campi scuola o stanno sulla soglia dell’oratorio? Quanto sosteniamo le famiglie che fanno fatica con i loro figli adolescenti? Quanto spazio diamo all’ascolto a queste storie di disagio?”.

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