Anziani: don Arice (Cei), “la loro cura è un bisogno emergente” ma “c’è molta poca attenzione dei responsabili della cosa pubblica e della comunità ecclesiale”

“L’aumento della longevità ci ha fatto dimenticare che siamo esseri limitati, finiti, destinati a non restare per sempre su questo pianeta, e il pensiero della morte è stato spostato ‘da questione ultima’ a ‘un’ultima questione’ che, prima o poi, grazie al progresso scientifico, sarà in qualche modo risolta”. Lo ha affermato don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, aprendo oggi, a Roma, il convegno “Dolore e sofferenza nell’anziano”, organizzato dall’Ufficio Cei in collaborazione con la Società italiana di gerontologia e geriatria. C’è “un cambiamento culturale epocale che stiamo subendo con un certo senso di impotenza e che, quando si parla di anziani, manifesta tutta la sua complessità per non dire drammaticità”, ha osservato don Arice, secondo cui “l’operatore sanitario o pastorale che non accetta i propri limiti, il declino del proprio corpo, l’invecchiamento, la possibile realtà della malattia e anche la morte, poiché non è né onnipotente e nemmeno immortale, non può stare serenamente vicino ad una persona anziana, soprattutto in una relazione di cura”. “La cura degli anziani è un bisogno emergente”, ha proseguito il direttore, rilevando però come ci sia “molta poca attenzione concreta e operativa dei responsabili della cosa pubblica” e “purtroppo anche della comunità ecclesiale”. Viviamo in “una società sempre più vecchia, molto pesante a gestirsi economicamente per la mancanza di un numero sufficiente di contribuenti e decisamente impegnativa da gestire” nella quale gli anziani “vedono peggiorare la loro povertà di salute”, ha notato don Arice secondo cui “umanamente parlando il quadro è davvero drammatico”.

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