Migranti: mons. Gnavi (diocesi Roma), “abbiamo il dovere di perseverare nella speranza”

“Noi abbiamo il dovere di perseverare nella speranza, di offrire motivi di speranza. Non si può infatti assistere agli eventi tragici che feriscono l’umanità e di cui Gesù stesso parla con franchezza, senza un sussulto di coscienza, senza ribellarsi alla morte, senza l’intelligenza dell’amore. Senza tessere una rete di resistenza alla morte. Difendere, soccorrere, salvare la vita è un obbligo, morale, umano, religioso, civile! A terra e in mare, nel nostro Mediterraneo”. A dirlo questa sera mons. Marco Gnavi, parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, e incaricato per il dialogo interreligioso della diocesi di Roma, durante la veglia di preghiera “Morire di Speranza” promossa da Caritas Italiana, Centro Astalli, Fondazione Migrantes, Comunità di Sant’Egidio, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Casa Scalabrini 634, Associazione Papa Giovanni XXIII. Mons. Gnavi ha ricordato che proprio ieri mattina i media hanno trasmesso l’urlo di un soccorritore italiano della Guardia costiera, che, di fronte alle coste libiche, non è riuscito ad afferrare un piccolo che annegava: “Il bambino, il bambino…”. Questa preghiera – ha spiegato il sacerdote – “è un urlo che dà nome a quel piccolo, a ogni uomo, a ogni donna che disperato sta per soccombere e chiede le nostre mani. Oggi sembra realizzarsi dolorosamente la visione di cui parla Gesù: ‘nazione, contro nazione, regno contro regno, e in diversi luoghi, terremoti, carestie, pestilenza, fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo’. Fratelli e sorelle in fuga dal Medio Oriente, dall’Africa, dall’Asia sono testimoni di questi dolori e di queste ferite. Non li hanno scelti, non li hanno provocati. ll Vangelo parla anche delle persecuzioni che colpiranno i suoi amici, a causa del suo nome”.

Per mons. Gnavi molti, innanzi ai “terremoti” della storia “invocano salvezza solo per sé, invitano a chiudere le porte, iniziando a chiudere gli occhi davanti ai volti, agli sguardi, alle mani che si tendono. Ma sono quelle mani e quei volti che hanno risvegliato la parte migliore e il desiderio di bene, in tante città italiane e di Europa; che hanno resuscitato capacità di accoglienza in tante comunità cristiane, che hanno svegliato energie e risorse nuove, fra gente intorpidita e stordita dal flusso delle notizie. Che hanno posto nuovamente al centro della ricerca di unità dei cristiani l’incontro con Gesù, nei suoi fratelli più piccoli e poveri”.

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