Caldei arrestati negli Usa: mons. Yaldo (Baghdad), “I governi non ci ascolterebbero”. Si prova a bloccare l’espulsione verso l’Iraq

L’arresto di decine di cattolici caldei di origine irachena residenti negli Usa che nelle decadi passate si erano macchiati di crimini più o meno gravi per i quali hanno scontato le pene loro inflitte e che sarebbero ora destinati ad essere deportati in Iraq ha suscitato molto scalpore nella comunità in nord America ma anche in Iraq. Secondo il vicario patriarcale caldeo, mons. Basel Yaldo, di recente tornato da una lunga visita proprio alla diocesi di San Tommaso Apostolo a Detroit, interpellato dal sito Baghdahope, “decine di famiglie stanno contattando il patriarcato dopo ciò che è successo a Detroit chiedendo che esso intervenga presso il governo iracheno perché faccia pressione su quello americano e blocchi i provvedimenti di espulsione”. “È una questione molto delicata che riguarda i due governi e non ascolterebbero le nostre proposte – spiega mons. Yaldo –; l’amministrazione Trump vuol ripulire gli Stati Uniti da chi ha la fedina penale macchiata ed anche queste persone sono state coinvolte in questa politica. Nel caso venissero deportati in Iraq però i problemi sarebbero enormi. Ciò che noi auspichiamo è che l’amministrazione Usa aspetti che la situazione qui sia migliorata e la misericordia per queste persone che hanno già pagato il loro debito verso la società e che, ripeto, in alcuni se non molti casi non hanno con l’Iraq nessun legame materiale, affettivo o culturale”.
Il vescovo della diocesi di San Tommaso Apostolo, mons. Francis Kalabat, dal canto suo ha affermato che “la questione è già arrivata sul tavolo del vice-presidente Mike Pence che solo lo scorso mese al summit mondiale per i cristiani perseguitati tenutosi a Washington aveva affermato di parlare per conto del Presidente (Trump) come segno tangibile del suo impegno nella difesa dei cristiani e di tutti coloro che al mondo soffrono a causa del loro credo religioso”. Inoltre si starebbe cercando di convincere i membri del Congresso a firmare una petizione da inviare a John F. Kelly, Segretario di Stato per la sicurezza, per fermare il processo di deportazione”.

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